di Laura Pozzi

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Le dispute tra vicini di casa rappresentano da sempre una delle problematiche più longeve del mondo, da cui nessuno può sfortunatamente dichiararsi immune. Gli inevitabili conflitti provocati da chi con egoismo e noncuranza si comporta da padrone dell’universo genera non di rado un mix esplosivo di sentimenti contrastanti, capace di innescare una escalation di violenza dalle conseguenze imprevedibili.

Su questa spinosa e tutt’altro che banale questione il regista islandese Hafsteinn Gunnar Sigurosson, costruisce una grottesca e folle parabola esistenziale sull’incapacità umana di vivere civilmente il proprio tempo. Il film presentato a Venezia nella sezione Orizzonti e candidato all’Oscar come miglior film straniero per l’Islanda uscirà nelle sale il 28 giugno distribuito da Satine Film. La storia si snoda su due binari paralleli piuttosto incongruenti, ma destinati a confluire verso un tragico e già annunciato epilogo. L’irrequieto Atli viene colto in flagrante da Agnes mentre sfoga i suoi istinti primordiali su un vecchio filmino porno girato insieme alla sua ex. Costretto all’abbandono del tetto coniugale (che comprende anche la piccola Asa) trasferisce pulsioni e fallimenti nella casa di famiglia divenuta nel frattempo una roccaforte, dove si sta consumando una spietata guerra fredda tra i genitori e i mal tollerati vicini.

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Motivo del dissidio, un maestoso ed imponente albero dalla verde chioma accusato di ombreggiare a dismisura il giardino adiacente. Una controversia facilmente risolvibile con il buonsenso, di cui però entrambe le parti sembrano fatalmente sprovviste. Da qui un rimpallo continuo di responsabilità, insulti gratuiti, piccole vendette e misteriose sparizioni di animali domestici. L’incolpevole arbusto quotidianamente baciato da un pallido sole da simbolo della vita si trasforma in muto testimone (e noi con lui) di assurdi comportamenti al limite della paranoia dettati più da dolorosi eventi passati che da motivazioni reali. Questo però non trova giustificazione al clima d’ insana follia venutosi vertiginosamente a creare né tantomeno all’inutile scontro che alla fine non decreterà nessun vincitore. Il regista realizza un film apparentemente sobrio, caratterizzato da un andamento lento  a tratti insostenibile, ma stemperato qua e là da spruzzate di humor nero e dissacrante. Non propriamente una commedia come viene erroneamente definito, in questa pellicola per certi versi mostruosa si ride poco e decisamente controvoglia perché dietro a tanta irragionevolezza si nasconde un monito inquietante sul nostro presente e sull’ancora più incerto ed oscuro futuro.

Il messaggio sulla potenziale pazzia insita nel DNA umano arriva forte e chiaro, lasciando una sensazione di rara impotenza. Non tutto funziona come dovrebbe e il film ne risente soprattutto a livello di scrittura, dove le evidenti lacune narrative cristallizzano gli eventi privandoli di una coesione necessaria nel far decollare la storia. Dopo inesorabili cadute di ritmo che sembrano smentire i tratti distintivi del cinema nordeuroepeo, Sigurosson sembra ritrovare la strada  regalandoci una seconda parte più concisa e meno dispersiva, concedendosi il lusso o l’azzardo di un prefinale splatter. Molto efficace il commento musicale ad opera di Daniel Bjarnason in grado di sopperire alle mancanze narrative e di regalare alla storia un’autentica anima dark. “Solo due cose sono infinite l’universo e la stupidità umana, ma riguardo la prima ho ancora dei dubbi”. Questo asseriva Albert Einstein in uno dei suoi aforismi più noti e non a caso sembra pericolosamente calzare a pennello al beffardo finale.

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