Il sacrificio del cervo sacro: l’ineluttabilità del destino

di Corinne Vosa

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Steven (Colin Farrell) è un famoso chirurgo cardiotoracico. Insieme alla moglie Anna (Nicole Kidman) e ai loro due figli, Kim (Raffey Cassidy) e Bob (Sunny Suljic), vive una vita felice e ricca di soddisfazioni. Un giorno Steven stringe amicizia con Martin (Barry Keoghan), un sedicenne solitario che ha da poco perso il padre, deceduto durante un’operazione condotta da Steven stesso, che impietosito ha deciso di prendere il ragazzo sotto la sua ala protettrice.

Quando Martin viene presentato alla famiglia, tutto ad un tratto, cominciano a verificarsi eventi sempre più inquietanti, che progressivamente mettono in subbuglio tutto il loro mondo, costringendo Steven a compiere un sacrificio sconvolgente per non correre il rischio di perdere tutto.

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Un horror angosciante e spiazzante, perturbante e oscuro. Una tragedia antica ambientata in epoca moderna, intrisa della sostanza e dei simboli della mitologia greca. Argomento centrale i fiumi di sangue che sgorgano dalla goccia di un grave peccato, ovvero l’idea che una colpa perpetrata si riverserà sugli eredi e familiari di colui che l’ha commessa fino a quando un doloroso atto di sacrificio non ripristinerà l’ordine e la giustizia nel cosmo. Questa riflessione si accompagna al tema della vendetta, che però non viene trattato in modo tradizionale, ma è legato all’incombere di un fato inesorabile. Lanthimos non nasconde queste intenzioni, tanto che durante il film viene menzionato l’episodio del sacrificio di Ifigenia, che ha ispirato ad esempio l’Ifigenia in Aulide di Euripide, specchio perfetto del dramma che si sta consumando nella famiglia Murphy: infatti il mito racconta che Agamennone un giorno recò disgraziatamente un’offesa alla dea Artemide, la quale furiosa richiese come sacrificio in suo nome che lui uccidesse sua figlia Ifigenia.

Martin nella sua ambiziosa e devastante vendetta è disumano, non solo per la cattiveria che dimostra, ma per un atteggiamento di superiorità che lo rende distante, freddo e indecifrabile. Non sembra tanto spinto dal dolore o dall’affetto per il padre deceduto, ma da una strana esigenza di giustizia e pareggio dei conti. Martin impersonifica la divinità in questo mito moderno e richiede la morte di una vittima sacrificale esattamente come fece Artemide, ma con un elemento di crudeltà molto più disturbante e devastante: Steven deve compiere una scelta atroce, di fronte a cui chiunque si sentirebbe paralizzato e impotente. Una scelta che sembra impossibile, ma che è essenziale fare, e lo farà sprofondare in un baratro di solitudine.

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Un ruolo fondamentale è delegato ai dialoghi: dissacranti, ironici, spiazzanti e grotteschi, in contrasto con la tragicità della vicenda. Da ricordare che il film ha vinto il premio per la Migliore Sceneggiatura al Festival di Cannes 2017.

La regia di Yorgos Lanthimos (che con The Lobster vinse il Premio della Giuria alla 68a edizione sempre del Festival di Cannes) sembra suggerire l’idea di un occhio onnisciente che scruta i personaggi. Che sia l’occhio divino? Un occhio che osserva e giudica spietatamente. Un occhio sovrannaturale, emotivamente glaciale e che fa presagire l’incombere di un destino inevitabile e catastrofico. I movimenti di macchina sono ridotti al minimo, favorendo una forte staticità delle inquadrature. Eleganza e freddezza contraddistinguono l’anima del film e ogni sua scena. Un riferimento a cui è difficile non pensare è niente di meno che Kubrick: sia come regia e fotografia sia come concezione filosofica, esistenziale e artistica c’è molto della poetica del grande regista. Oltre a Shining, è molto facile pensare anche a Eyes Wide Sh ut, complice di ciò la presenza della Kidman, che, è il caso di dirlo, sembra essere tornata quella musa che aveva catturato l’attenzione di Kubrick. Ancora bellissima,sensuale e glaciale al contempo, buca lo schermo con i suoi sguardi intensi e magnetici, fondamentali in un’interpretazione volutamente enigmatica e misurata. Infatti è evidente che sia a lei che a Colin Farrell, ma in generale a tutti gli attori, è stata richiesta una recitazione molto trattenuta, in cui la voce rimane su toni bassi e sommessi e traspare una certa passività dei personaggi, adeguando l’interpretazione allo stile del film. Personaggi meno trasparenti di quanto sembrino inizialmente, pieni di contraddizioni e ambiguità e alle volte impenetrabili. Chi sarà la vittima sacrificale di questa tragedia? Una domanda che scandisce ogni passo verso il finale. Su quali basi sceglierla? E sarà volente o nolente? Steven rimane intrappolato nell’immobilità di una decisione impossibile, una staticità che in qualche modo caratterizzava già la sua esistenza, in quanto uomo brillante sul lavoro ma molto manipolabile e ingenuo nella vita privata. Colei che realmente nella loro famiglia ha il potere è Anna, e sarà facile durante la visione del film pensare che forse dovrà essere lei a trovare una soluzione alle loro disgrazie, ma la sceneggiatura sarà sempre pronta a sorprenderci e spiazzarci, ponendo l’attenzione sull’atrocità di una scelta disumana, ma anche sull’inettitudine umana, l’ipocrisia borghese e l’istinto di sopravvivenza. Esteticamente e stilisticamente affascinante, Il sacrificio del cervo sacro è un film coraggioso e dannatamente perturbante, in cui viene messa in scena una visione oscura e tragica dell’esistenza umana.

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