di Luca Ingravalle

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All’indomani dell’11 Settembre, mentre il popolo americano è ancora sconvolto dalla tragedia subita, una squadra speciale composta da dodici soldati statunitensi si offre volontaria per partire immediatamente e intervenire sul campo, in Afghanistan.

L’unità Speciale, nominata per l’occasione Alpha 595, viene incaricata di liberare la città di Mazar-i-Sharif, la quarta città più grande del paese, da un gruppo di 50,000 soldati talebani che minacciavano di renderla una base di addestramento di Al Qaeda. In evidente inferiorità numerica, la squadra capitanata da Mitch Nelson (Chris Hemsworth) dovrà quindi allearsi con un gruppo di soldati locali con a capo il generale Abdul Rashid Dostum e cercare di mantenere saldi i rapporti tra “l’alleanza del Nord” in Afghanistan.

Il tutto con un’unica missione: vincere.

E’ tratto da una storia vera l’esordio alla regia di Nicolai Fuglsig, pluripremiato autore di documentari, 12 Soldiers, una storia di eroico coraggio raccontata prima da Doug Stanton nel best-seller del 2009 Horse Soldiers e, successivamente, adattata per lo schermo dagli sceneggiatori Peter Craig e Ted Tally. Il film vede un’alleanza produttiva invidiabile che comprende nomi come quello dell’instancabile Jerry Bruckheimer (Pirati dei Caraibi e Black Hawk Down di Ridley Scott)  e Molly Smith della Black Label Media, la quale afferma nelle note di produzione: “Penso che sia molto importante in un film di guerra o in un film sull’esercito che si capisca non solo come sia per questi uomini lasciare le loro mogli e i loro figli, ma anche l’effetto che ciò ha sulle loro famiglie“.

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Volendo essere buoni, questo auspicio si è avverato solo in parte.

La prima, forse l’unica, imperdonabile pecca di 12 Soldiers è forse proprio l’assenza di verosimiglianza nella sceneggiatura a partire dalla costruzione dei personaggi e le loro dinamiche personali e professionali. Mitch Nelson e la sua famiglia vengono presentati nello stesso modo in cui potrebbe essere rappresentata la festività del ringraziamento in uno spot americano: padre, madre e figlia sono meravigliosamente belli, meravigliosamente biondi e fastidiosamente perfetti. Poi dai sorrisi iniziali tutto cambia.

Sullo schermo tragedia e devastazione per le immagine delle torri gemelle cadute e in un secondo netto il personaggio di Mitch, mai andato in guerra e prossimo a sedere dietro la scrivania per dedicare tempo alla famiglia, si reca nella base militare della sua contea con l’intento di prendere le redini  dell’ex squadra da lui addestrata e partire per l’Afghanistan, poi torna a casa, annuncia il tutto alla moglie ma promette solennemente di tornare prima di Natale. Tornerà effettivamente prima di Natale, più bello e biondo di prima.

In quella che sembra la trasposizione di un video game, con dei momenti occasionali di pura bellezza, Chris Hemsworth la fa da padrone, il che non è necessariamente un male ma non è neanche necessariamente un bene. Il ragazzo è effettivamente una presenza scenica non indifferente e quando si dimentica di aver indossato i panni di Thor qualche mese prima, mostra una vulnerabilità che convince e vince il cuore e lo scetticismo dello spettatore.

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E’ quindi un peccato che gli autori non gli diano alcuna occasione di elevare un materiale, il più delle volte scadente, che non lascia spazio a nessuna possibilità di crescita né per l’attore né per il personaggio che interpreta.

Se da una parte il suo coraggio è ammirevole dall’altra è impossibile per lo spettatore non chiedersi come si sia sentito il vero soldato di fronte a una morte che, almeno su carta, era da considerare certa. Sul volto di Hemsworth non compare alcuna traccia di esitazione o umano terrore, ma solo la voglia di finire una missione, salvare il mondo e tornare a casa. Insieme ai suoi compagni il mondo lo salva realmente, almeno per due ore di film.

Se capolavori di genere come The Hurt Locker di Kathryn Bigelow avevano mostrato la guerra al lavoro, il film di Fugslig mette in scena la versione bellica degli Avengers, nella quale il glorioso eroismo americano fa a pezzi il nemico con l’aiuto occasionale delle forze afghane, trasformando un progetto di enorme potenziale in un blockbuster che punta ad avere un cuore ma si ritrova tra le mani una sequenza infinita, seppure meravigliosa, di scene d’azione magistralmente realizzate.

A fine proiezione è chiaro che 12 Soldati è un film molto difficile da bocciare ed estremamente complicato da promuovere a pieni voti. Ha tutto il necessario per incollare lo spettatore alla poltrona, con un ritmo che giustifica la sua durata e alcune scene di rara bellezza. Manca però l’onestà intellettuale (che molte volte è stretta alleata del botteghino) di mostrare la fragilità del guerriero e non solo la sua invincibile forza.

L’augurio è che se mai dovesse esserci una prossima volta, un attore come Micheal Shannon non venga sottoutilizzato come in questo caso.

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