Magnifiche ossessioni: Il sacrificio del cervo sacro

di Laura Pozzi

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Vincitore lo scorso anno al festival di Cannes per la miglior sceneggiatura, arriva in sala dal 28 giugno fra trepidante attesa e scetticismo Il sacrificio del cervo sacro, ultima fatica cinematografica firmata da Yorgos Lanthimos, distribuita da Lucky Red.

Già autore del sorprendente The Lobster (2015), uno dei più recenti e autentici casi cinematografici, che riuscì (sempre a Cannes) a sbaragliare la concorrenza aggiudicandosi l’ambito premio della giuria, il regista greco è atteso come si suol dire alla prova del fuoco e il rischio di una cocente bruciatura non è  poi così remota. La pellicola che fin dal titolo (esplicito riferimento alla tragedia di Euripide Ifigenia in Aulide) rivela un’ambizione fuori dal comune non ha paura di osare, spingendosi al di là di ogni giudizio critico. Fin dalle prime inquadrature lo spettatore viene catapultato all’interno di un cupo e asfittivo dramma familiare dove sembra aleggiare un imminente catastrofe dai contorni indefiniti.

Il regista non fa mistero delle sue ossessioni cinematografiche consegnandoci un’opera che gioca audacemente e spudoratamente con la lezione impartitagli dai suoi padri putativi: Stanley Kubrick e Michael Haneke.  Non proprio due nomi qualsiasi, ma a parte questo resta innegabile il senso di Lanthimos per le immagini, come dimostra la prima disturbante e pressante inquadratura su un intervento a cuore aperto dove in barba al buon gusto nessun dettaglio viene risparmiato. Steven Murphy (un algido e impenetrabile Colin Farrell) è un noto chirurgo cardiotoracico con qualche scheletro nell’armadio. La sua vita apparentemente irreprensibile divisa tra asettici reparti ospedalieri e confortevoli mura domestiche condivise con la moglie Anna (Nicole Kidman) e i due figli Kim (Raffey Cassidy) e Bob (Sunny Suljic) sembra tradire le apparenze nei suoi  frequenti e insoliti incontri con Martin (Barry Keoghan), adolescente dallo sguardo luciferino in possesso di qualche sinistro potere, con il quale condivide un atroce segreto capace di trasformare la sua esistenza in un incubo irrazionale dove qualunque spiegazione logica sembra venir meno.

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La rassicurante e rarefatta quotidianità viene di colpo spazzata via da una serie di inquietanti episodi che trasformano Kim e Bob in vittime predestinate. Improvvisamente affetti da una misteriosa paralisi alle gambe di chiara e comprovata origine psicosomatica, l’unica soluzione sembra passare per un sacrifico estremo che trova in Steven l’esecutore perfetto. Lanthimos sceglie un registro narrativo privo di punti di riferimento, guardandosi bene dal fornire un’efficace chiave di lettura. L’inintellegibilità degli eventi resta tale e le tante domande che è lecito porsi si chiudono nel più totale ermetismo. Le suggestioni create da un’angosciante messinscena trova il suo apice nella perfetta costruzione di un emisfero visivo caratterizzato da immagini limpide e stranianti, supportate da una regia attenta e a suo modo geniale, (basti pensare alla ripresa aerea in cui Bob cade a terra privo di sensi ai piedi della scala mobili) capace di turbare e destabilizzare, grazie all’uso di campi lunghi e inusuali prospettive come quella citata.

Senza contare il notevole apporto sonoro contrassegnato da sinfonie di archi alternate a suoni sintetici, sempre puntuali nel sottolineare i momenti di maggior tensione. Da un punto di vista tecnico pur non possedendo l’estro di Quentin Tarantino nel rileggere e rivisitare i suoi miti cinematografici, Lanthimos vanta ben pochi rivali, a destare qualche perplessità semmai è il resto. Se lo scopo era quello di rendere omaggio a Kubrick attraverso le figure di Anna e Bob provenienti direttamente dagli universi onirici e terrificanti di Eyes Wide Shut e Shining o alla settima arte in genere (il film è costellato di riferimenti cinematografici) il risultato finale è più che soddisfacente, altrimenti il tutto si riduce ad un’eccellente esercizio di stile privo di anima. Non che il film manchi di tensione, tutt’altro, la sibillina parte iniziale inchioda alla poltrona come poche, ma è nel portare a termine una storia insostenibile e fondamentalmente priva di senso il problema. Ispirandosi agli stilemi degli antichi greci nella quale le colpe dei padri gravano inesorabilmente sui figli, il regista perde a mano a mano le fila del discorso evidenziando non pochi limiti narrativi che non gli consentono di centrare pienamente il bersaglio. Resta comunque un’occasione quasi imperdibile di assistere ad un magniloquente e lussuoso déjà-vu cinematografico e di questi tempi scusate se è poco.

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