di Luca Ingravalle

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Sino a poco prima della pubblicazione del trailer di Unsane, ultima pellicola del veterano Steven Soderbergh, molti aspetti della produzione del film erano rimasti sconosciuti ai più.

Da poco reduce dal discreto successo di Logan Lucky, ironicamente appena uscito in Italia e quindi possibile competitor dell’ultima fatica del regista, Soderbergh ha coperto con il silenzio e la segretezza l’intera fase di riprese direttamente successiva a quella di Lucky, i cui nodi verranno ufficialmente sciolti nelle nostre sale a partire dal 5 Luglio.

Si parla giustamente di nodi perché quando è di Soderbergh che si discute è impossibile non trovarne uno nella sua filmografia.

Può piacere o meno il suo stile, sono infatti recenti le critiche di Brian De Palma verso chi lo definisce un regista “visionario”, tuttavia è impossibile non prendere atto della sua notevole indipendenza artistica che lo ha portato negli anni a realizzare, se non capolavori, tanti piccoli e importanti casi cinematografici.

Dalla volontà di portare sullo schermo l’antologia in due film di Che Guevara interamente in lingua spagnola e la successiva frattura con Hollywood che all’epoca si rifiutò di dargli i mezzi, al momento in cui bussò alle porte della HBO con il gioiellino Behind The Candelabra, biopic su Liberace con Michael Douglas e Matt Damon, poiché nessuno studio era interessato a distribuirlo nelle sale.

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Possono quindi tirare un sospiro di sollievo gli appassionati: Unsane è un film suo, nel senso più puro del termine e lo è dall’inizio alla fine, nella trama, nei personaggi e nelle intenzioni.

Filmato interamente attraverso la telecamera di un I Phone 7 Plus, Unsane è un thriller magistralmente costruito che vede come protagonista Sawyer Valentini ( una bravissima e intuitiva Claire Foy), donna ambiziosa e gran lavoratrice, di recente traumatizzata da un’esperienza di stalking per la quale è stata costretta a trasferirsi dalla sua città natale, Boston, e cambiare vita.

Gli echi del suo trauma le riaffiorano nella mente durante ogni nuova esperienza e frequentazione, senza lasciarla un attimo.

Un giorno Sawyer prende appuntamento per una seduta psichiatrica al termine della quale firma sotto inganno un foglio in cui dichiara di voler trascorrere ventiquattro ore volontarie all’interno dell’ Highland Creek Behavioral Center.

La sua reclusione aumenta giorno per giorno e, con le informazioni ottenute da un altro paziente, la ragazza viene gradualmente a conoscenza dei deplorevoli giochi di denaro che avvengono dietro la struttura.

Le cose iniziano a cambiare quando Sawyer è convinta che il suo stalker sia riuscito a raggiungerla all’interno dell’ospedale. Sarà vero o solo frutto della sue mente?

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In una storia che su carta aveva tutte le premesse per ricevere la pesante etichetta di “versione femminile” di Qualcuno volò sul nido del cuculo, Soderbergh si muove benissimo nell’orchestrare due diversi piani narrativi, paralleli ma distanti, ciascuno dei quali è funzionale allo svolgimento dell’altro pur contenendo la sua personale denuncia.

Da una parte, il bersaglio primario del regista è la questione sanitaria statunitense.

Tutto il primo atto è interamente incentrato sul grottesco business di alcuni ospedali psichiatrici che mantengono i pazienti al solo fine di ricevere i soldi dell’assicurazione, un’iperbole efficace che sottolinea l’assurda gestazione del sistema sanitario americano, sia in presenza di un’assicurazione sia in caso contrario.

Dalla seconda metà in poi, la storia vira verso un altro tipo di denuncia.

Sawyer è, ancora una volta, una vittima di abusi. Il regista analizza molto bene la sua psiche avvalendosi del confuso dinamismo conferito dalla telecamera dello Smartphone e riporta con esattezza i danni morali e fisici di cui una vittima è costretta a farsi carico dal momento in cui è stata violata in poi.

La sua protagonista è una delle tante eroine dell’era #MeToo, come l’ha giustamente definita IndieWire, e Claire Foy è veramente brillante nel descriverla.

L’avevamo lasciata nei panni della regina Elisabetta nella serie Netflix The Crown e oggi la ritroviamo a combattere contro medici avari e stalker di prim’ordine. La sua sintesi di vulnerabilità e istinto di sopravvivenza è folgorante in una performance che consacra definitivamente l’attrice come una delle più promettenti del panorama odierno.

E’, infine, giusto definirlo un altro piccolo caso cinematografico Unsane, l’ennesimo nella filmografia di Soderbergh e forse quello che più lo avvicina al suo cinema.

Soprattutto, questa scelta virtuosistica di girare tutto con un I Phone non è solo prova certa della sua indipendenza artistica, ma è anche un bellissimo messaggio per le generazioni future, controverso, ma sempre bellissimo: questo è il futuro. Non è più necessaria una telecamera per girare un film. Basta un’idea e la voglia di farla uscire dalle pagine.

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