La guerra del maiale: ecco perché diranno che sei vecchio

di Laura Pozzi

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Rimasto in freezer per sei lunghi anni La guerra del maiale, è una di quelle pellicole fuori tempo massimo. Scritto e diretto nel 2012 da David Maria Putortì, presentato e premiato in vari festival internazionali, vedrà luce nei circuiti cinematografici a partire dal 28 giugno grazie a Hub for Arts.

Il consistente ritardo distributivo, non trova al momento spiegazione così come la decisione di portarlo in sala in un periodo dell’anno notoriamente poco affine con gli incassi al botteghino. Ma tant’è. Putortì qui al suo esordio alla regia, dopo una lunga formazione a Parigi è stato uno dei più stretti collaboratori di Marco Ferreri e la sua influenza è risultata fondamentale per un’opera prima decisamente fuori dal comune.

Ispirandosi al sorprendente romanzo Diario della Guerra del Cerdo  di Adolfo Bioy Casares, il regista si lancia nell’ardua e perché no folle impresa di tradurre in immagini una semplice quanto crudele riflessione sulla terza età. La nostra società come ben sappiamo è ormai avviata verso un inesorabile e inarrestabile declino demografico. Il preoccupante calo delle nascite è sotto gli occhi di tutti e probabilmente già nel 1969 (anno in cui è stato scritto il libro) erano evidenti le prime avvisaglie. In questo senso il film può essere paradossalmente definito generazionale, ma la marcata impronta politica finisce per trasformarlo in un atto d’accusa fine a se stesso. Isidoro è un tranquillo pensionato di Buenos Aires improvvisamente travolto da un rovente clima elettorale che lo vede suo malgrado protagonista.

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La nuova aspirante classe politica individua nei vecchi (definiti senza mezzi termini maiali) i veri nemici da combattere, capaci con il loro egoismo, materialismo ed inefficienza di condurre l’attuale società verso un irreversibile tracollo. Isidoro dapprima attonito testimone, poi via via sempre più coinvolto dalle risoluzioni adottate per arginare il problema dovrà affrontare tra l’altro l’aspra ostilità del figlio Thomas deciso più che mai a relegarlo in qualche angolo della città pur di negarne l’esistenza. Uno spunto indubbiamente interessante quello scelto da Putortì, ma anche molto rischioso da trattare soprattutto se non si possiede lo sguardo lucido e dissacrante del miglior Ferreri. Il film registra un avvio interessante lasciando intravedere segnali confortanti, ma resta ostinatamente ancorato alla potente riflessione del suo referente letterario non riuscendo ad esprimere un parere netto e soggettivo.

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Il tentativo di formulare un’attenta e spietata analisi sociale resta bloccata ai nastri di partenza complice una sceneggiatura poco fluida e a tratti confusa, che preferisce crogiolarsi su provocatorie accuse e imputazioni dal sicuro effetto destabilizzante piuttosto che elaborare un proprio punto di vista. Così se all’inizio la storia desta naturale curiosità, alla fine si riduce ad una sterile e ripetitiva invettiva contro i suoi non più aitanti protagonisti. Potremmo definire l’esordio di Putortì un interessante falso d’autore, soprattutto per quel che concerne l’attenta ed elegante regia insieme ad un’ottima direzione degli attori tra i quali spicca Victor Laplace. Un’occasione mancata, che ha però il merito di aver riportato l’attenzione su uno dei più belli e importanti romanzi della letteratura ispano-americana contemporanea.

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