A Quiet passion, un tranquillo omaggio a una grande artista

di Nicolò Palmieri

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Nata nel 1830 nel Massachusetts, Emily Dickinson è stata una delle più grandi poetesse del XIX secolo e non solo e, come è accaduto per troppe figure femminili di rilievo, la sua eredità artistica è stata riscoperta solo dopo la sua morte.

A Quiet Passion, scritto e diretto dall’inglese Terence Davies, è un importante punto di arrivo per celebrare il genio di una donna ribelle ed introversa che si è ritrovata intrappolata in un’epoca ancora troppo arretrata per il mondo che si augurava, un mondo che la giovane Emily ha solo immaginato al sicuro tra le mura paterne, le stesse dove è morta a soli 55 anni.

Davies immerge lo spettatore all’interno della placida biografia della Dickinson, dall’adolescenza al college, segnata dal trasgressivo rifiuto di sottomettersi alla fede cristiana, fino alla spontanea auto reclusione nella tenuta dei genitori, vero e proprio nido dominato dal padre comprensivo ma strettamente legato alla comunità puritana dell’epoca.

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Attraverso un impianto fortemente teatrale, il regista inglese dona a una storia esclusivamente americana (e popolata di tipici fondamenti statunitensi) i connotati e lo stile appartenenti al più classico dei biopic britannici.

Il difficile rapporto della poetessa con la Chiesa protestante degli Stati Uniti di metà Ottocento, le controverse riflessioni sulla schiavitù, la Guerra di Secessione e la noiosa contea americana: se non ci fossero tutti questi elementi narrativi ad evidenziare il contesto, si potrebbe dire senza troppe difficoltà di assistere ad una biografia inglese dell’ennesima voce rimasta spezzata da un sistema maschilista, che pubblicò (modificandole) solamente sette poesie prima della sua morte, su oltre 1700 che scrisse.

Allo stesso modo, la regia di Davies è imperniata su una delicatezza totalmente british, grazie a movimenti lenti e lirici che indugiano sugli interni dell’epoca rischiarati appena da qualche candela, o sui pesanti costumi scuri che i personaggi portano nei frequenti lutti, contrastati dal bianco della protagonista che rimane caparbiamente salda al suo andare controcorrente.

Il film si dimostra inoltre piacevolmente divertente per gli accattivanti e arguti dialoghi che la sceneggiatura mette al servizio dei personaggi femminili, rendendo le donne il vero motore della storia.

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Quando però le risate vengono messe da parte, la pellicola paga un ritmo troppo compassato, cercando di rimediare con la voce narrante che ci riporta alla memoria i capolavori della Dickinson, ma quello che dicono le sue poesie non viene effettivamente mai mostrato attraverso le azioni della protagonista, “rea” di essersi adeguata a uno stile di vita effettivamente quieto, come riassume bene il titolo.

Una menzione d’onore la merita sicuramente Cynthia Nixon (la Miranda di Sex and the City), notevolmente capace di conferire al suo personaggio quella stessa placida arrendevolezza, senza però smettere mai di mostrare l’ardore e la passione proprie di una donna disposta a mettere in discussione ogni elemento della società patriarcale in cui era costretta a vivere.

Alla fine, l’urlo in gola che le fa battere il petto lascia il posto al silenzio, ma le parole rimaste impresse sulla carta rendono immortale il suo pensiero.

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