Quel certo non so che del vero cinema indipendente: Peggio per me

di Laura Pozzi

Peggio per me-outoutmagazine1.jpg

Correva l’anno 1989, quando un giovane e malinconico Raf cantava e si interrogava davanti all’esigente platea del Festival di Sanremo su cosa sarebbe rimasto dei rampanti anni ’80. All’epoca (sembra passato un secolo, ma ci riferiamo ad appena trent’anni fa), nessuno dei presenti poteva lontanamente immaginare che da lì a poco il mondo sarebbe cambiato alla velocità della luce e quegli anni così amati, odiati, imitati e contestati sarebbero diventati i più celebrati e (forse) rimpianti di sempre.

E’ più o meno questa la sensazione provocata da Peggio per me, film per così dire d’esordio di Riccardo Camilli, vivace paladino del cinema indipendente nostrano, che grazie a una realtà caparbia e coraggiosa come Distribuzione Indipendente può finalmente e meritatamente giocarsi la sua grande occasione. La pellicola uscirà nelle sale il 12 luglio e stavolta Camilli potrà varcare l’ingresso dal portone principale.

Il film costato circa 7000 euro (di cui uno ottenuto grazie al crowdfunding) è un valido esempio di come un’opera completamente avulsa dalle asfissianti leggi di mercato, sia capace di produrre un cinema di qualità (con tutti i limiti del caso) senza necessariamente passare per grandi produzioni, il più delle volte interessate a salvaguardare aspetti puramente quantitativi. Da un punto di vista narrativo lo sconsolato ritratto di un quarantenne alla deriva, (interpretato dallo stesso Camilli) figlio di un periodo storico gravido di aspettative non rappresenta una novità: il cinema è da sempre un perfetto sparring partner per analizzare e raccontare con risultati più o meno convincenti le crisi generazionali.

Peggio per me-outoutmagazine2.jpg

Qui ciò che sorprende regalandoci una salutare e inaspettata boccata d’ossigeno non è tanto la materia trattata quanto il modo con il quale Camilli pur avendo a disposizione scarsissimi mezzi riesce a trasmettere una marcata disillusione su un’esistenza in parte sprecata, ma che non esclude  un possibile secondo tempo. Per imprimere maggiore autenticità alla storia e dotarla di quel guizzo vincente troppe volte assente nelle commedie nazionali, il regista in virtù di un budget zero si concede (a ragione) il lusso di osare, sguinzagliando il fanciullino nascosto in ognuno di noi. Eccoci dunque catapultati nel 1986 dove Francesco e Carlo inseparabili compagni di classe piuttosto che dedicarsi allo studio sono dediti a creare divertenti audio-remix di televendite televisive e film per adulti. Colti in flagrante dalla madre di Carlo i due sono costretti a separarsi.

Li ritroviamo trent’anni dopo: Francesco precario incallito, con un matrimonio prossimo al naufragio e un’impertinente figlia dodicenne e di nuovo Carlo prigioniero di un amore mancato diviso tra crisi depressive e tentati suicidi andati a vuoto perché come lui stesso afferma, il pensiero di farla finita prima o poi riguarda tutti. E quando Francesco arrivato al limite sembra intraprendere la strada suggerita dall’amico, ecco tornare dal passato una vecchia e fantasiosa audiocassetta capace di rimettere tutto in discussione. L’audiocassetta oltre a rappresentare un tenero omaggio verso un passato più che mai presente è anche l’espediente narrativo che attraverso una vocina amica incita lo spaesato protagonista a non mollare, portandolo a compiere un viaggio interiore doloroso e apparentemente senza speranza, ma necessario per superare certi inevitabili impulsi autodistruttivi tipici dell’età adulta. Il senso di fallimento, i continui vuoti esistenziali, quel sentimento d’impotenza di fronte ad un futuro avido di prospettive viene descritto da Camilli con profonda leggerezza e amara ironia senza scadere nel patetismo o peggio ancora vittimismo.

Peggio per me-outoutmagazine3.jpg

I dialoghi e le situazioni sembrano prender vita in tempo reale conservando quell’arcaica purezza difficilmente riscontrabile in quelle sceneggiature talmente al passo coi tempi da risultare costruite a tavolino. E’ impossibile non empatizzare con personaggi così vicini al nostro modo di sentire, di pensare e perché no di amare. Quelle fragilità e insicurezze dal sapore universale che ognuno di noi invece di affrontare tenta disperatamente di contraffare, vengono fatalmente a galla ricordandoci quanto sia importante preservare e non ostacolare il nostro lato più autentico e infantile, quello che ci portava a reinventare la realtà con estro e immaginazione. Non avendo la possibilità di organizzare un casting, Camilli si è affidato ad un gruppo di attori sconosciuti, ma dalle enormi potenzialità tra i quali spicca suo fratello Claudio, Tania Angelosanto, Alessandra Ferro (una mamma quasi impossibile da dimenticare), Marianna Pistilli Ferruccio Lanza più un cameo di Angelo Orlando. Il film girato con una passione e determinazione  fuori dal comune  merita più di ogni altro pieno sostegno, soprattutto da parte di chi come Camilli non si è arreso e ritrova nel cinema la valevole alternativa su cui poter investire i propri sogni. Peggio per me, si colloca a metà strada tra il tutto perduto e il tutto è ancora possibile lasciando allo spettatore l’arduo compito di scegliere a quale bivio svoltare.

Rispondi