di Laura Pozzi

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Nel 2010 una sconosciuta Paola Randi, già apprezzata autrice di cortometraggi, esordisce alla regia con Into Paradiso insolito film divenuto un piccolo caso cinematografico alla 67° Mostra del Cinema di Venezia e candidato successivamente con quattro nomination ai David di Donatello.

Son passati otto anni e dopo una lunga e articolata gestazione la regista milanese ci riprova con Tito e gli alieni, presentato con successo al 35° Torino Film Festival e in uscita nelle sale dal 7 giugno distribuito da Lucky Red. La Randi in questa surreale storia di non solo alieni conferma un incisivo e fantasioso sguardo sul mondo che il mezzo cinematografico sembra avallare senza condizioni. Di certo la sua multiforme personalità la porta agevolmente a sperimentare come dimostra la pellicola contraddistinta da una sana dose di follia, necessaria per addentrarsi in territori poco battuti dalla nostra cinematografia. Solo due audaci produttori come Matilde e Angelo Barbagallo potevano scommettere su un soggetto dall’aria dichiaratamente e orgogliosamente vintage, affidato ad un attore (Valerio Mastandrea), capace di renderlo eccezionalmente fruibile.

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Sì perché (e dispiace dirlo) nonostante le buone e poetiche intenzioni, qualcosa non torna e il tutto risulta indigesto, a tratti irritante e poco empatico per lo spettatore. E non ci riferiamo di certo agli splendidi scenari lunari già utilizzati da Sergio Leone in C’era una volta il West o da Terry Gilliam in Lost in La Mancha, piuttosto ad una sceneggiatura fragile e poco accattivante dovuta in parte alla complessità dei contenuti e alla scarsa credibilità di Tito (Luca Esposito) e Anita (Chiara Stella Riccio) i due piccoli coprotagonisti partenopei che non brillano certo in simpatia. Nonostante l’impegno profuso la loro comicità costruita su facili battute in dialetto e su scontati clichè fa cilecca risultando inconsapevolmente tediosa.

I due scugnizzi rimasti orfani di entrambi i genitori vengono spediti dal padre morente in America dove ad attenderli (si fa per dire) c’è il bizzarro zio denominato il Professore che dopo la morte della moglie si è ritirato nel deserto del Nevada accanto all’Area 51, apparentemente impegnato in un progetto segreto per gli Stati Uniti. In realtà l’inspiegabile stato letargico di cui sembra soffrire, gli consente di ascoltare il suono dello spazio alimentando l’esile speranza di poter rintracciare un segnale dell’amata e indimenticata compagna. L’ostentato isolamento viene in parte arginato dalla presenza costante di Stella (Clemence Poesy) impegnata ad organizzare matrimoni per turisti a caccia di marziani. L’arrivo di Tito e Anita risulterà dirompente come uno sbarco alieno, ma sarà determinante nel concedere al Professore una seconda possibilità sulla Terra. I due deus ex machina, dapprima smarriti dinnanzi a uno scenario che assomiglia ben poco alla sognata Las Vegas daranno vita tra capricci ed emancipazione ad una famiglia allargata dove l’importanza dei ricordi assumerà finalmente un contorno ben delineato e un ruolo fondamentale nell’affrontare la paura della morte e del dolore. La regista ha coraggio da vendere, ma il suo progetto risulta molto più ambizioso e complesso di quanto possa sembrare.

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Per intenderci, siamo dalle parti di Contact, ma è ovvio che pur augurandole tutto il bene del mondo la Randi non è lontanamente paragonabile a Robert Zemeckis e lungi da noi innescare inutili e impietosi confronti. Il problema non sta tanto nel genere scelto, padroneggiato con brio e determinazione come dimostra l’inquietante scena onirica di Tito o le toccanti apparizioni finali, ma nel modo superficiale di approcciare i personaggi. Mastandrea regala al laconico professore una delle performance migliori, ma non basta da solo a sorreggere il peso di una storia molteplice e universale. Resta sicuramente un esperimento interessante sorretto da uno spunto originale con una visione dell’aldilà commovente e ardita.

 

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