Quel figlio negato – Intervista con l’autrice Francesca Ognibene

di Cristina Cuccuru

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Il desiderio di maternità in una donna che non può soddisfarlo naturalmente, è un aspetto di grande disperazione per una persona, spinge ad attivare risorse fino a quel momento impensabili, pur di portare avanti la propria lotta personale contro quella capacità che proprio a te è stata negata.

Così questa è la storia di Virginia e Federico, che nonostante le avversità che gli si presentano davanti, continuano a cercare le più improbabili soluzioni al loro problema, uniti dal loro amore e dal loro desiderio di diventare genitori.

Quel figlio negato di Francesca Ognibene è una storia che trascina nella frustrazione, nella prima parte, ma in seguito anche nella speranza, incorniciata da una forte tensione ed assurdi imprevisti, riportati in modo fluido dall’autrice, che abbiamo intervistato per Out Out.

Quel figlio negato - outoutmagazine 1 (1)Come è arrivata a raccontare la storia di Virginia e Federico?

Guardandomi attorno, tra amici e conoscenti, ho notato che questo problema della non realizzazione di un desiderio che dovrebbe essere naturale, come avere un figlio, è diventato sempre più diffuso. Ho sentito di avere la voglia di immergermi in tutta questa sofferenza di una coppia, cercando di dargli la mia forza per affrontare tutte le difficoltà emotive e pratiche che sono davvero tante. Ora io ho viaggiato con la fantasia, ma per me gli ostacoli sono simili a quelli che ho descritto e vengono fuori tante problematiche da noi stessi, da chi ci circonda e dagli organi competenti. Tutto affrontabile appunto con forza da caterpillar che ho voluto dare ai protagonisti che rimangono comunque entusiasti della vita.

Dal romanzo si evince una sua ampia preparazione in merito all’iter da seguire per quanto riguarda la fecondazione assistita. Che ne pensa rispetto a come la sanità, pubblica e privata, offre sostegno a queste coppie?

La sanità pubblica fa aspettare una coppia due anni in lista d’attesa che mi sembra oltre che doloroso, molto vergognoso. Se si organizzassero meglio le cose sono sicura che i tempi sarebbero più stretti. La struttura privata si è inserita in una esigenza emotiva che il pubblico non copre bene e come chi guarda freddamente la domanda e la risposta per capire quante migliaia di euro poter chiedere, va al massimo possibile. Cifre spropositate che molte coppie non possono permettersi.

Il romanzo esplora soprattutto il vissuto di Virginia, che racconta in prima persona l’esperienza. Secondo lei quanto influisce la maternità, o l’idea di essa, per l’identità di una donna?

Non tutte le donne cercano una gravidanza, ma delle volte per donne che invece la desiderano con tutte il cuore e non ce l’anno, arriva il momento di ‘imparanoiarsi’ col proprio passato e col proprio presente e ci si sente inutile, persa, senza un sostegno stabile. Ma io ho voluto dare a Virginia la sensibilità di pensare romanticamente e la forza di affrontare tutti i tremendi ostacoli che le ho messo di fronte.

Invece per quanto riguarda la figura del marito?

Il marito Federico ama Virginia alla follia e farebbe di tutto per lei per renderla felice. La segue in tutte le sue impulsività perché lei ama agire subito per provare a risolvere i problemi, anche cambiare stato. Lui è razionale e metodico e ha bisogno delle sue abitudini ma si fida anche ciecamente di lei.

Lei cita nel romanzo la serie tv “The Handmaid’s Tale”, nel quale si affronta il tema dell’infertilità e le ancelle rappresentano una sorta di madre surrogata. Qual è la sua idea riguardo a questo tema controverso e alternativa scelta da sempre più coppie, anche italiane?

La madre surrogata potrebbe essere una soluzione, ma dalla parte di lei non ce la farei mai a lasciare mio figlio ad una coppia dopo che l’ho fatto crescere dentro di me, ma mi rendo conto che alcune donne riescono a farlo davvero. Nella procreazione eterologa che adesso si più fare anche in Italia donne che non possono avere figli posso avere l’ovulo già fecondato e questa mi sembrerebbe una soluzione più sensata. In Italia è già diventata un alibi quella statale con liste d’attesa infinite, mentre nel privato si sono dati da fare per fornire il ‘servizio’ a suon di migliaia di euro.

Chiudiamo l’intervista cercando di alleggerire un po’ l’atmosfera. Quali sono le sue prospettive per il futuro? Intravede già qualcosa di nuovo all’orizzonte?

Posso raccontare del mio nuovo libro in cui farò parlare una bambina vittima dei bulli. Se penso alla fragilità di quando si hanno dodici/ tredici anni, mi sale su la rabbia di fronte alla cattiveria tutt’intorno.

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