La terra dell’abbastanza e il nuovo cinema italiano

di Nicolò Palmieri

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Se si dovesse individuare un sottogenere che è andato per la maggiore nel cinema italiano degli ultimi anni ci si ritroverebbe tra le mani, senza troppa fatica, quello del “crime di borgata”.

Si tratta di un filone che si propone di evidenziare il disagio e la vita fuori dagli schemi che si possono trovare nelle estreme periferie delle grandi città, e Roma ricopre ormai un posto d’onore tra i “set della realtà”: Suburra, Lo chiamavano Jeeg Robot (che tolti i super poteri è a tutti gli effetti una crime story), Non essere cattivo sono solo alcuni dei recenti esempi che mostrano senza tanti giri di parole la realtà della violenza (e viceversa) negli ambienti più lontani dai lussuosi centri di potere.

Ed è proprio un déjà vu dell’ultimo film di Caligari quello che riaffiora quando si assiste a La terra dell’abbastanza, per tutta una serie di motivi: l’attenta analisi emotiva dei protagonisti (anche qui una coppia di amici inseparabili), la profonda indagine antropologica del sottobosco familiare e sociale, l’uso del dialetto e la ricerca del riscatto attraverso la via più facile.

La terra dell’abbastanza, però, non si ferma qua. E’ tutto questo e molto di più, grazie a una visione nuova e a una poetica ancora inesplorata che i due autori, da esordienti, mettono al servizio di una grande storia d’amicizia.

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Damiano e Fabio D’Innocenzo, infatti, svelano l’inferno che alberga all’interno dei due giovanissimi personaggi, ma si tratta di una discesa verso l’oscurità che presenta una premessa originale rispetto a tanto cinema visto finora: non è preannunciata.

E’ in questo che Mirko e Manolo si distinguono da Cesare e Vittorio (alias Marinelli e Borghi): loro ci stanno provando ad uscire dalla sporcizia che li risucchia, consegnano pizze per racimolare qualche soldo, hanno delle ragazze e contano di finire l’istituto alberghiero per non fare la stessa fine dei genitori.

Una sera, però, investendo e uccidendo per sbaglio un pentito di un clan criminale di zona, i due rientrano nelle grazie della banda, che ben presto li incarica di colpi e omicidi in cambio di quello che non hanno mai avuto, ovvero denaro e rispetto.

Ancora una volta, quando sembra che il film stia andando nella solita malaugurata direzione, le immagini smentiscono tutto: niente cocaina, niente donne, niente miticizzazione della violenza.

Quello che la macchina a mano segue, precede e va a ricercare ovunque sono i pressanti primi piani di Mirko e Manolo, atti ad indagare sui pensieri e sui rimorsi che i due ragazzi accennano soltanto, ma sui quali non si fermano mai a confrontarsi veramente, perché se ne vergognano o semplicemente perché è più facile non affrontarli.

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E alla fine quel che resta nei loro sguardi vuoti è un’autentica assuefazione al male, perché uccidere una persona non fa più impressione, è solo una tappa in più nella scalata al potere criminale.

Oltre ai loro visi, tanto belli nella giovinezza che li abbraccia quanto contrapposti nei relativi caratteri fisici, l’occhio dei fratelli D’Innocenzo non indaga. Il contorno è costantemente sfocato, e persino delle vittime che Mirko e Manolo si lasciano dietro non si mostra mai il volto, ma solo connotati fisici vagamente accennati e il sangue, tanto sangue che scorre.

Onore al merito alla seconda scoperta più importante che questo film si porta dietro, dunque: Andrea Carpenzano e Matteo Olivetti, che mettono al servizio di una storia così potente una recitazione talmente naturalistica da definirla neorealista.

Basta già la primissima scena a mettere il guinzaglio all’attenzione dello spettatore e a non lasciarla più libera: dieci minuti in cui i due protagonisti mangiano dei panini con la cicoria in macchina, il cibo entra a fatica nelle loro bocche, la saliva è ovunque per via delle risate che impediscono di deglutire e i loro volti spensierati (ancora per poco) sono già indimenticabili.

Presentato al Festival di Berlino lo scorso febbraio, e giunto in patria quasi in sordina, La terra dell’abbastanza è una lieta sorpresa che fa passare la voglia di mettere in giro voci polemiche sullo stato attuale del cinema italiano.

I fratelli D’Innocenzo confezionano, come opera prima, un piccolo gioiello che richiama molto cinema nostrano dal quale però, allo stesso tempo, se ne distacca per diventare qualcosa di energicamente nuovo.

Svuotato dell’epica che qua non serve, girato come se fosse stato in mano di due autori navigati, il film finisce per essere il duro riflesso di tanta realtà che ci circonda ma che non perdiamo tempo ad osservare.

Solo dopo, dunque, capiamo il senso di quel bellissimo e tragico sax iniziale, in stile noir degli anni ’40: prima c’è la speranza, poi la disillusione. La discesa agli inferi è completa.

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