Lazzaro felice: l’avido inganno umano e la solitudine dei santi

di Corinne Vosa

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Quella di Lazzaro, un contadino che non ha ancora vent’anni ed è talmente buono da poter sembrare stupido, e Tancredi, giovane come lui, ma viziato dalla sua immaginazione, è la storia di un’amicizia . Un’amicizia che nasce vera, nel bel mezzo di trame segrete e bugie. Un’amicizia che, luminosa e giovane, è la prima per Lazzaro e attraverserà intatta il tempo che passa e le conseguenze dirompenti della fine di un Grande Inganno, portando Lazzaro nella città, enorme e vuota, alla ricerca di Tancredi.

Lazzaro felice è un film sulla santità. Alice Rohrwacher propone una sua personale interpretazione del tema e non ci possono essere parole migliori delle sue per spiegarla: “La santità dello stare al mondo e di non pensare male di nessuno, ma semplicemente credere negli altri esseri umani. Lazzaro felice racconta la possibilità della bontà, che gli uomini da sempre ignorano, ma che si ripresenta e li interroga come qualcosa che poteva essere e non abbiamo voluto”.

Ma analizziamo in primo luogo il contesto generale dove ha luogo la vita del personaggio. La Rohrwacher si è ispirata a un fatto reale, ovvero lo scandalo che vide una Marchesa del centro Italia mantenere all’oscuro i contadini delle sue terre della fine della mezzadria, così che, mentre epocali cambiamenti sociali avevano luogo, questi continuavano a vivere in una condizione semi-servile. Nel film tale fatto è soprannominato Il Grande Inganno.

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Lazzaro è uno di questi contadini, ma in lui c’è qualcosa di diverso. Sempre in disparte, fa qualsiasi cosa gli venga chiesta e la sua felicità nasce dal vedere gli altri felici, senza aver bisogno di niente per sé. A causa di questa sua indole viene sfruttato e deriso da tutti i contadini.

In questo senso sono illuminanti le parole della cinica Marchesa che sostiene che tutti sfruttano qualcuno ed è “una catena che non si può fermare”. Ma il figlio Tancredi centra il punto rispondendo che magari Lazzaro non sfrutta nessuno.

La Rohrwacher si pone in chiara antitesi con la religione cattolica, a cui viene fatto riferimento in due momenti del film: quando Antonina mostra a Lazzaro i santi che la Marchesa, non a caso la cattiva del film, venera con assoluta devozione, un modo in cui la regista sottolinea l’ipocrisia cristiana; verso il finale in una scena che ha luogo in una chiesa cattolica dove Lazzaro e i suoi amici contadini, che volevano solo ascoltare un po’ di musica, vengono respinti e mandati via. Lazzaro non è come i santi della tradizione cristiana: non ha il loro carisma né la loro volontà di ribellarsi e cambiare il mondo. La sua santità è nella bontà e nell’abnegazione. Ma il mondo non lo comprenderà mai, come scrive nelle note di regia Alice Rohrwacher: “Perché sì, i nostri Lazzari hanno una camminata troppo strana, troppo silenzio intorno alle parole, e allora la paura divora chi li incontra… Il nostro Lazzaro di turno non sa ribattere alle false accuse: guarda con occhi increduli, mentre la gente lo acchiappa, lo morde, lo caccia.”

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Tuttavia delle domande sorgono spontanee. Lazzaro non conosce il male, non lo concepisce. La sua innocenza è tale da avere cognizione solo del bene. Ma nella sua bontà non c’è alcuno sforzo, lui non potrebbe essere altrimenti. Il grande interrogativo è se sia questa la vera santità o quella di chi conoscendo sia il male che il bene lotta con tutte le sue forza per ciò che è giusto, sfidando anche il proprio lato oscuro. Il vero martirio è quello di chi non ha idea a cosa va incontro o di chi, pur sapendo le sofferenze che patirà, è pronto a sacrificarsi per il bene? Domande che il film ha certamente il merito di sollevare, e ogni spettatore potrà farsi una sua idea in proposito.

Tancredi risulta essere fino alla fine un personaggio ambiguo, il più tormentato e shakespeariano, ma sempre sfuggente e poco comprensibile. Il suo fascino nella versione adulta ci riporta a una visionarietà che ricorda per un attimo Il cielo sopra Berlino, merito dell’attore Tommaso Ragno, il cui carisma ha anche qualcosa di luciferino.

Non c’è una particolare analisi psicologica degli altri personaggi, in fondo né di Lazzaro, molto semplice nella sua perfetta bontà, né dei contadini, personaggi che non destano neanche la simpatia che dovrebbero.

I riferimenti cinematografici a cui attinge la regista sono molti e tutti della tradizione italiana, per citarne alcuni Ettore Scola, Lina Wertmüller e il compianto Ermanno Olmi. Interessante notare brevemente un possibile confronto con l’altro film italiano del momento: Dogman di Matteo Garrone. In entrambi i protagonisti sono caratterizzati da un estrema bontà e innocenza, al punto da risultare ingenui, e in entrambi sono fortemente presenti simbologie cristiane. Ma gli esiti delle loro storie sono diversi: Marcello comprende la natura del male e decide di combatterla, reagisce affermando la propria dignità. Il suo è un personaggio molto più credibile e approfondito. Lazzaro prosegue in eterno in un cammino di bontà, abnegandosi istintivamente, senza mostrare grandi sfumature psicologiche.

Lazzaro felice pecca di un eccessivo buonismo e di una retorica moralista, dove i poveri sono tutti innocenti e buoni, anche se di fatto non lo sono neanche realmente nel film, ma è come se la regista desse per scontato di sì, e i ricchi cattivi o pazzi. Non è facilmente comprensibile capire perché la sceneggiatura sia stata premiata a Cannes, dal momento che è difficile pensare che non ve ne fossero di migliori in concorso, perché di sceneggiatura addirittura eccellente non si può parlare.

Lazzaro felice è una fiaba realista, dove al naturalismo si affiancano momenti onirici e poetici, metaforici e di maggior pathos, in particolare a metà film e nel finale. Elemento simbolico centrale e suggestivo è il lupo, che richiama l’episodio di san Francesco e il lupo di Gubbio, tratto dal capitolo XXI dei ”Fioretti di san Francesco”. Non a caso Francesco è il santo della povertà, della fraternità e dell’umiltà, colui che voleva essere “il minore tra i minori”.

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