L’arte della fuga, è meglio sbagliare o non fare niente?

di Cristina Cuccuru

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Si sa, di questi tempi a quarant’anni non si può più sfuggire alle proprie responsabilità, ci si deve impegnare a trovare il proprio posto nel mondo e sganciarsi dal confortevole nido di mamma e papà.

Non è il caso di Antoine, Gérard e Louis, tre fratelli molto diversi tra loro ma accomunati dalla ossessiva presenza dei loro genitori, Nelly e Francis, che si insinuano di prepotenza nelle vite dei propri figli, cercando di prendere le decisioni per loro o almeno di influenzarle. Così Antoine (Laurent Lafitte), che ha una relazione con Adar (Bruno Putzulu) da dieci anni, forse deciderà di comprarci insieme una casa, anche se sogna Alexis (Arthur Igual); Gérard (Benjamin Biolay) forse continuerà a rintanarsi a casa dei genitori in attesa di recuperare il suo matrimonio con Hélène (Judith El Zein); e Louis (Nicolas Bedos) forse sposerà Julie (Élodie Frégé) nonostante sia innamorato di un’altra.

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L’arte della fuga sta proprio in questo, il cercare la distrazione proprio nel momento in cui si avvicina un momento importante della propria vita, spesso rappresentato da una scelta decisiva. Non aiutano di certo le dinamiche familiari disfunzionali, con una madre alquanto castrante e un padre che ha occhi solo per il figlio di successo con la bella fidanzata (della quale sembra quasi innamorato), che non deve deludere le aspettative di cui è investito.

Il limbo in cui si trovano i tre fratelli è ben percepibile per la maggior parte del film, avvalorato dalle routine di ognuno incatenate tra di loro dai continui vai e vieni del padre dall’ospedale, a causa delle sue problematiche cardiache. Ed è qui che si inserisce una frase ricorrente nella pellicola: “è meglio avere rimorsi che rimpianti”. Si, perché piuttosto che stare fermi e non fare niente, è meglio muoversi, seppur sbagliando e anche Antoine, Gérard e Louis ad un certo punto prenderanno in mano la situazione e decideranno di agire sulla propria vita.

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Un film sensibile a diverse tematiche, raccontate con leggerezza da Brice Cauvin, che si è occupato anche della regia, insieme a Raphaëlle Desplechin-Valbrune, riuscendo a spogliare la storia dalle americanate del romanzo da cui è tratto, opera di Stephen McCauley. Buona anche la prova del cast, tra cui spicca Agnès Jaoui, nei panni della sfiduciata in amore, nonché migliore amica di Antoine.

La pecca più grande del film è rappresentata dal doppiaggio, troppo piatto e anaffettivo per trasmettere nel modo più adeguato l’emotività della storia. Comunque la pellicola risulta molto piacevole, riuscendo anche a strappare delle risate, nonostante un finale aperto dai toni un po’ amari.

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