Mektoub, My Love: Un autore in cerca dei suoi personaggi

di Luca Ingravalle

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Nell’Agosto del 1994 Amin, dopo aver interrotto i suoi studi di medicina a Parigi, fa ritorno nella sua città natale, una località balneare a sud della Francia, per trascorrervi l’estate.In questo periodo in cui tutto rinasce e si risveglia, Amin trascorre le sue giornate a stretto contatto con un passato che, forse, non si era mai veramente lasciato alle spalle.

Riabbraccia sua madre, trascorre il tempo con suo cugino Tony, ne studia le sue pulsioni e ritrova lei, Ophélie, amica di infanzia e oggetto del desiderio, che osserva e desidera distaccato.

Tra i capitoli della sua infanzia, e nuove conoscenze all’orizzonte, Amin si immerge nuovamente nella sua cultura, frequenta bar e ristoranti della sua famiglia, ammira incantato le figure femminili che sfilano davanti a lui senza nascondere alcunché di loro stesse, e partecipa a questo risveglio dei sensi da lontano, ammirando ( o invidiando? ) l’impulso febbrile di suo cugino che si getta a capofitto in una relazione dopo l’altra.

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Affiancato dalla sua macchina fotografica e le sue sceneggiature, Amin vive ma soprattutto documenta i giorni di un’estate trascorsa all’insegna della passione e libertà. Torna a distanza di cinque anni Abdellatif Kechiche, autore controverso di lavori che hanno diviso e convinto in egual misura, dopo la Palma d’Oro vinta a Cannes nel 2013 con il meraviglioso La Vita di Adele.

Ancora una volta torna con un film strettamente legato alla sua filmografia, coerente nelle intenzioni e nell’esposizione, dal titolo Mektoub, My Love- Canto Uno, prima parte di un dittico del quale è già pronto il secondo capitolo, probabilmente presente nella prossima edizione del Festival di Venezia, vetrina dove Canto Uno ha debuttato l’anno scorso.

Tratto a sua volta da un romanzo di formazione La ferita, quella vera di François Bégaudeau, l’ultima fatica del regista tocca l’apice massimo della sua espressione artistica, diventando inconsapevolmente e prematuramente testamento ultimo di una filmografia che da sempre non ha nascosto il suo scopo: conferire credibilità alla realtà.

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Kechiche è un maestro in questo e, indipendentemente dal plauso e dall’odio che ha lentamente raccolto negli anni, è indubbiamente uno dei pochi autori che ancora conferisce “sacralità” all’attimo e regala coerenza e profondità a relazioni umane di qualsiasi genere e specie.

I suoi film sono tutti un utile manuale sotto questo punto di vista, dall’amore travolgente di Adele, all’irresistibile ritratto di famiglia in Cous Cous, il tempo dedicato a Kechiche si è sempre tradotto in un momento di pura condivisione tra lo spettatore e i personaggi nati dalla sua penna.

Mektoub, My Love: Canto Uno non viene meno alla tradizione, e apre con la stessa passione e frenesia alle quali il regista ci aveva abituato nelle tanto discusse scene di sesso saffico ne Le Vita di Adele.

Sbirciati attraverso una serranda dallo stesso protagonista, Tony e Ophélie consumano il loro amore in un’unione selvaggia, libera e priva di ogni preoccupazione o pudicizia. Amin osserva le loro forme, il loro sudore, l’incalzante ritmo con cui il corpo di uno si confonde nel corpo dell’altra. Questa “danza” fisica e incalzante accompagna le note di un film che fissa la sua telecamera sui corpi dei protagonisti e ne cattura ogni singolo gesto.

Non solo in discoteca dove le forme e i glutei onnipresenti delle protagoniste femminili trovano la loro ragion d’essere ma anche al mare, tra la sabbia, nelle fattorie, tutte le emozioni e le intenzioni dei personaggi del film si risolvono in gesti, non in parole.

Il tocco di Kechiche è inconfondibile e insuperabile in un film che si candida ad essere il più personale della sua carriera dall’esordio in Tutta colpa di Voltaire. In maniera quasi spudorata, o semplicemente non velata, il regista si identifica al massimo nel protagonista del racconto. Come lui si nasconde dietro una macchina, nel caso di Amin quella fotografica, per Kechiche si tratta della macchina da presa.

Conforme allo stile indiscutibilmente oggettivo del regista che rivendica con grande autorità la totale “eclissi” dell’autore, anche Amin si distacca dalla vita. In quello che dovrebbe essere il periodo in cui tutto di lui si accende, il giovane non si getta a capofitto nel dionisiaco mondo del sesso, dell’ebrietà, ma si limita a descriverlo con i suoi racconti e il suo “terzo occhio”.

Il regista marca in maniera particolare l’attenzione del protagonista nel cogliere “la vita” e descrivere i suoi momenti. Non a caso tra le scene più significative del film spunta la sequenza onirica del parto e successiva nascita di una pecora, che Amin riprende integralmente con la sua macchina fotografica.  Un ritratto personale e amaro di un uomo che guarda ma non tocca, vive ma non osserva, conosce e descrive le vite degli altri senza mai entrarvi dentro.

E’ un ennesimo centro al bersaglio da parte del regista questo Mektoub, My Love, una lettera d’amore verso la vita e i personaggi che vengono esposti e spogliati di ogni finzione cinematografica.

Kechiche si perde in ognuno di loro e li racconti con profondo amore e rispetto, mostrando i loro battiti, le loro danze e le loro personalità all’interno di un mondo che sempre più pare fargli male.

Esisterà davvero il Mektoub (in arabo significa destino)? Forse sì o forse no. A volte per capirlo basta voltare l’angolo come nel caso di Adele, o camminare sulla sabbia come fa Amin.

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