Gabriele Finaldi descrive il futuro dell’arte antica: “E’ sui social, ma i musei vanno visitati di persona”

di Nicolò Palmieri

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Facebook e Van Gogh. Instagram e Caravaggio. Monet e Google Maps. L’arte antica è ormai irrimediabilmente legata ai social media, dove con un clic ti ritrovi nel luogo del dipinto.

Gabriele Finaldi, 53 anni, direttore della National Gallery di Londra, ne è fermamente convinto: “Sui social abbiamo 6 milioni di utenti. Hanno superato quelli del sito”. Finaldi è tornato nella capitale britannica nel 2015, dove dal 1992 al 2002 ha iniziato la sua brillante carriera di giovane storico dell’arte. In seguito, ha trascorso dodici anni a Madrid, in qualità di vicedirettore del Prado.

Studioso poliedrico, oltre che parlatore colto, Finaldi presenta una suggestiva biografia che fa del cosmopolitismo la sua eccellenza: padre napoletano, madre metà inglese e metà polacca, nato a Londra nel 1965 e laureatosi in Storia dell’arte al Courtauld Institute of Art, moglie spagnola e sei figli. Alla faccia della Brexit. Ma se il futuro dell’arte è sui social, di cosa si occuperanno i musei?

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Facciamo i Facebook Live, mostre interattive”, ribatte Finaldi. “Quella sui girasoli di Van Gogh dell’estate scorsa ha raggiunto i 6 milioni di utenti in poche ore”.

Viene da chiedersi se anche il futuro dei musei sarà quindi digitale: “Lo è già, in parte. Una delle cose che mi affascina di più è la macrofotografia. Si vedono cose altrimenti impossibili, o perché l’opera è troppo grande o perché non ti puoi avvicinare”.

Il direttore punta quindi deciso verso le nuove possibilità della cultura, ma dichiara imprescindibile la necessità di visitare fisicamente i musei, perché si tratta di “un’esperienza sociale, che si fa con altri”, certamente più realistica di quella che si prova dietro uno schermo.

Gabriele Finaldi - Out Out Magazine - 3Come direttore, Finaldi ha creato una direzione digitale da affiancare alle altre tre tradizionali: una novità assoluta. Ma ci vogliono ovviamente soldi. E il discorso sui finanziamenti cambia molto di paese in paese.

Noi siamo al 60% pubblico e al 40% autofinanziato. La nostra ambizione è arrivare al 50 e 50, ma non dobbiamo fare utili e pagare dividenti. Noi esistiamo come servizio al pubblico. In Italia è tutto più complicato, perché è lo Stato che gestisce direttamente”.

Nella polemica sulle nomine dei direttori stranieri, invece, Finaldi non vuole entrare: “E’ poco utile. Il nostro mondo di curatori e direttori è internazionale”.

Alla fine, si arriva sempre ai discorsi più concreti, e alla domanda se si possa mangiare con la cultura, il direttore non ha dubbi: “Certo. Ma bisogna lasciare ai musei un po’ di autonomia, adeguarsi alle esigenze del pubblico”.

A Londra, però, i musei sono gratis, verrebbe da obiettare. “La gratuità è una antica tradizione britannica, che mira a creare un rapporto con la comunità. Al Prado invece si va due volte nella vita: la prima con il padre, la seconda con il figlio”.

In ultima analisi, Finaldi si oppone con fierezza alla moda di affittare le sale per appariscenti eventi privati, perché ci vuole un criterio che rispetti la conservazione: “Non si può dire di sì a tutto. No alle aste di beneficenza, alle sfilate di moda, ai balli, come fanno alcuni grandi musei americani. No alla chiusura durante l’orario di apertura al pubblico. Sì a ricevimenti, conferenze, concerti, première di cinema”.

L’unica domanda a cui l’anglo italiano non riesce a rispondere è forse quella che ci sta più a cuore, ovvero cosa farebbe se fosse Ministro della Cultura in Italia: “Bella domanda. Ci devo pensare”.

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