Matteo Garrone torna a Cannes con l’attesissimo e misterioso Dogman, film ispirato al delitto del Canaro

di Laura Pozzi

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La quarta volta di Matteo Garrone (dopo i vincitori del Grand Prix Gomorra 2008, Reality 2012 e l’acclamato I racconti dei racconti, 2016) sull’autorevole tappeto rosso della Croisette coincide con la presentazione di Dogman, pellicola per vari aspetti ancora avvolta nel mistero.

Di certo, come dichiarato dallo stesso regista alla base c’è una chiara e libera ispirazione al terribile fatto di cronaca avvenuto a Roma nel 1988 meglio noto come il delitto del canaro. L’atroce crimine compiuto nel quartiere Magliana dal cocainomane e pregiudicato Pietro De Negri di professione toelettatore di cani ai danni dell’ex pugile dilettante Giancarlo Ricci è ricordato soprattutto per l’efferatezza e la crudeltà con cui si compì la spietata esecuzione. Lo stesso De Negri subito dopo l’arresto si rese protagonista di una drammatica confessione dove illustrò particolari agghiaccianti in merito alle sevizie subite da Ricci.

Particolari in parte smentiti dall’autopsia effettuata sul corpo della vittima e avvalorata da una perizia psichiatrica dove il canaro venne riconosciuto come soggetto incapace d’intendere e di volere a causa dell’intossicazione cronica da cocaina. Dichiarato soggetto socialmente non pericoloso, scontò una pena di sedici anni e tra comprensibile clamore lasciò il carcere nell’ottobre 2015.

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Dogman riprende in parte la vicenda, ma Garrone non sembra interessato a ripercorrerla o a ricostruirla nel dettaglio, semmai a valorizzarne l’aspetto umano attraverso l’approfondimento delle dinamiche sociali ed ambientali che circondano la vita ai margini dei protagonisti. Il regista non è nuovo a contaminazioni di genere, come ampiamente dimostrato ne L’imbalsamatore pellicola del 2002 dove un fatto di cronaca si tramuta in terreno prediletto su cui sperimentare elementi noir, necessari ad una storia sempre in bilico tra realismo e astrazione pittorica. Del resto non fa mistero di aver iniziato a lavorare alla sceneggiatura ben dodici anni fa e di aver cercato nel corso del tempo di adattarla ai propri cambiamenti.

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Fino a quando l’illuminante incontro con Marcello Fonte interprete del film, spazza via qualsiasi dubbio sul come affrontare una materia così cupa e violenta. Il suo protagonista è un uomo comune costretto a vivere in un mondo crudele dove ogni tentativo di riscatto da una vita di umiliazioni risulta essere mera illusione. Garrone non svela di più e la sua ostinata, ma in fondo comprensibile riservatezza non fa che accrescere attesa e curiosità per un film (ne siamo certi) capace di rappresentare più che degnamente il nostro cinema.

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