Don Quixote vive: Cannes giorno 10

di Emanuele Rauco

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Prima dei premi, delle riflessioni, dei bilanci, arriva il giorno che molti cinefili stavano aspettando da 25 anni. E soprattutto il giorno che stava aspettando Terry Gilliam, che per la prima volta ha potuto presentare pubblicamente – per la stampa, la proiezione ufficiala sarà domani, dopo la premiazione – il suo tormentato (la cui vicenda produttiva è appassionante come un romanzo).

Il film racconta di un regista che nel tentativo di fare un film su Don Chisciotte riscopre un suo vecchio film e attraverso gli attori di quel film, tra cui un vecchio che si crede davvero Don Chisciotte, vivrà rocambolesche avventura tra cinema e realtà, sogno e follia. Sulla struttura episodica, picaresca e onirica di molti suoi film (La leggende del re pescatore è il più vicino a quest’ultimo), Gilliam si confronta con i suoi fallimenti, con quei 25 anni trascorsi dall’inizio della produzione a oggi, un quarto di secolo che nel film, tanto nella scrittura quanto nella regia e nella realizzazione, lascia parecchi segni: il film è sgangherato, rovinato dalla produzione, a tratti scadente e imbarazzante. Ma trapela la sincerità con cui Gilliam ha affrontato i giganti/mulini a vento di un film – e di un cinema – che gli è mutato davanti agli occhi di continuo, raccontando nel film la sua sconfitta, il suo passaggio da cavaliere a vecchio pazzo. Un film disastroso che riflette sul suo essere tale e per questo, anche grazie a un grande Jonathan Pryce si fa volere bene.

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Il concorso ha infilato quasi in chiusura (manca ancora il film dell’acclamato regista turco Nuri Bilge Ceylan) due dei suoi peggiori film: Capharnaüm di Nadine Labaki – nondimeno papabile per la Palma d’oro stando alle voci di corridoio – utilizza la storia di un bambino che scappa da una vita infame e vaga solo per i bassifondi libanese con il solo scopo di commuovere il pubblico, utilizzando i mezzi narrativi ed estetici più grossolani e ruffiani per arrivare allo scopo, con un tripudio di musiche emotive e bimbi piangenti in primo piano; Un couteau dans le coeur di Yann Gonzalez invece sfrutta il cinema di serie B, C e Z tra gli anni ’70 e ’80, da Sergio Martino al porno gay passando per De Palma e Almodòvar per giocare con i colori e le musiche, ma di quel cinema, di quegli immaginari che hanno rivoluzionato il costume e il cinema sembra una replica à la page, senza passione e senza inventiva.

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