Soli contro tutti: Cannes giorno 9

di Emanuele Rauco
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Il cinema è la più corale delle arti sia perché esige un certo numero di persone per la sua realizzazione sia perché si fruisce spesso insieme a qualcuno, spesso a molti. Eppure l’immagine in movimento riesce come quasi nessun altra arte, grazie alla sua “naturale” adesione alla realtà, all’idea di replica dei nostri occhi (o perlomeno degli occhi di qualcun altro), a raccontare la solitudine, a restituire il senso di isolamento dell’essere umano.

Lee Chang-Dong ha quasi sempre raccontato l’incontro e lo scontro di solitudini diverse, come in Peppermint Candy, Oasis o Poetry. Nel nuovo Burning, al contrario racconta la separazione di un gruppo, quello formato da  un ragazzo contadino e aspirante scrittore, una ragazza sua vecchia amica d’infanzia e un ragazzo ricco e tenebroso: la scomparsa misteriosa della ragazza porterà alla ricerca della verità sulla scomparsa e sul passato. E in questa investigazione, calibrata con passo lento e oculato, per costruire meglio i personaggi e la loro deriva, Lee racconta anche di un paese che vuole dimenticare il proprio passato, che rinnega tutta una parte di società rurale che non è moderna, che non dialoga più col presente, che rimane sola come il protagonista. Un film teso e acuto, in cui il regista piega Hitchcock all’irrazionale e lo fa con notevole talento.

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È un passo a due che diventa un duello invece quello che mette in scena Matteo Garrone con Dogman, ispirato alla vicenda del Canaro: un tolettatore di cani e un bullo di periferia violento e prepotente e sullo sfondo una comunità che li osserva, da cui farsi accettare o da dominare. Tira aria di western contemporaneo, per trama e ambientazione, ma Garrone non dimentica il suo amore per la fiaba e, lavorando con grande arguzia sul rapporto tra spazi, persone e inquadrature, racconta di una storia di disperazione sociale in cui la violenza cammina assieme alla comprensione, alla pietà, a un affetto paradossale. Un film essenziale, scavato come il protagonista Marcello Conte, scabro e scarnificato eppure – o forse per questo – molto, troppo umano.

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Resta da solo infine il protagonista di In My Room di Ulrich Kohler e resta solo perché dal mondo, all’improvviso, spariscono tutti gli esseri umani: parte come un dramma familiare su un ragazzo poco intelligente e cresciuto che deve affrontare la vita e dopo la morte della madre diventa un curioso post-apocalittico, girato e raccontato con i toni e i modi di un film naturalista. È una bella idea cinematografica e anche un’interessante metafora per raccontare la perdita del mondo infantile e il dovere di crescere, di rinascere: peccato che Kohler prenda alla lettera la metafora e voglia svilupparsi secondo snodi più consueti, risultando puerile e banale nel suo racconto di una nuova Arcadia per il genere umano. E cercando di parlare di nuovi Adamo ed Eva trasferiti a metà tra preistoria e tempi attuali, in realtà si perde il discorso e non dice nulla a nessuno. A proposito di solitudine.

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