Qui, ora, altrove: Cannes giorno 7

di Emanuele Rauco

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La cosa bella del festival di Cannes, come di qualunque buon festival di cinema, è che si possa spaziare nell’arco di un paio di film tra mondi e spazi differenti abbattendo le barriere tra il qui e l’altrove, anche nel senso di film che parlano del nostro mondo e dei nostri tempi e film che invece il senso tempo lo trascendono.

Blackkklansman di Spike Lee ci trasporta nell’America degli anni ’70 ma in realtà parla dell’America di oggi raccontando di un poliziotto nero che lavora sotto copertura per infiltrarsi nel Ku Klax Klan, che proprio grazie alla presidenza di Trump ha rilanciato il proprio potere e la propria influenza. Un thriller poliziesco che è anche una commedia satirica e uno sguardo accorato sulla condizione dei neri di oggi: Lee mescola le carte con grande disinvoltura e il suo film – scritto, diretto e interpretato come il dio del cinema comanda – è il cinema americano come vorremmo sempre fosse.

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Esce invece completamente fuori dagli schemi del reale Asako I & II di Ryosuke Hamaguchi che pure racconta una storia d’amore banale e comune con una ragazza che ama due ragazzi identici tra di loro ed è indecisa. A rendere affascinante il film nonostante limiti e difetti nemmeno piccoli, è che Hamaguchi racconta questa storia un po’ scema con un tono spiazzante, con un modo di porre e mettere in scena gli eventi quasi onirico in cui dopo lunghi dialoghi quasi inutili si trovano scarti di tono, eventi misteriosi, piccoli climax che a fine film lasciano la sensazione di un cinema tenero e inventivo, anche se di fondo sconclusionato e banale.

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Proviene dalla realtà, quasi fosse una diretta della Francia in sciopero contro Macron, En guerre, il film di Stéphan Brizé che racconta la lotta di un gruppo di operai contro la loro fabbrica che vuole chiudere: realizzato come fosse davvero un film di guerra, con ritmo, tensione e senso di oppressione formidabili e con immagini che all’immediatezza delle riprese belliche, della tv embedded o dei social network. E con un protagonista come Vincent Lindon di bravura impossibile.

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E trasporta in un altrove assoluto, come potrebbe essere l’inferno o la sua stessa mente, Lars Von Trier che in The House that Jack Built finge di raccontare i crimini di un serial e la sua violenza malata mentre in realtà racconta i propri disagi, le proprie fobie, depressioni, sociopatie. Un Nymphomaniac con la violenza al posto del sesso, ma senza trovate visive o narrative memorabili, che punta all’auto-analisi più che al cinema, più cinico e sgradevole che atroce. Insomma, un film ricco di spunti critici e psicoanalitici ma innocuo, a meno che non si sia dei fan del regista. Che più che altrove, alla fine, non va da nessuna parte.

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