Nella terra del sogno: Cannes giorno 8

di Emanuele Rauco

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Sono innumerevoli gli studi e i saggi che paragonano con tanto di comprovata scientificità la relazione tra l’esperienza della fruizione cinematografica con quella del sogno e su come la forma stessa del sogno sia cambiata di pari passo all’evoluzione della tecnica e del linguaggio cinematografico, a partire dalla durata media di un ciclo di sonno identica a quella di un film. La giornata di Cannes ha regalato un paio di esempi concreti delle sfumature che la parola sogno può avere al cinema.

David Robert Mitchell è un regista che nel territorio onirico lavora volentieri, fin dall’esordio The Myth of the American Sleepover – un gruppo di studenti di notte e la pratica formativa del pigiama party – e poi in modo più corposo con It Follows: in Under the Silver Lake sceglie di reinventare il noir classico e le sue varianti post-moderne attraverso la narrativa acida e in acido di Pynchon (e del suo Vizio di forma adattato da Paul Thomas Anderson), riempiendolo di suggestioni e citazioni cinematografiche e intessendolo di cultura pop e hipster contemporanea per arrivare addirittura alla teoria del complotto. Il tutto con atmosfere sempre meno realistiche, sempre più oscure, muovendosi nel limbo che separa il sogno e la realtà: se dopo un’ora si sono accettate le regole del gioco e si è entrati in questi sogno, allora Under the Silver Lake regala divertimento e fascino, perché Mitchell crede nel delirio che sfiora e nel modo in cui lo mette in scena e accanto all’umorismo drogato regala mistero e un tocco di sentimentalismo curioso.

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Ma più semplicemente al cinema il sogno può essere di quello di viaggiare nello spazio, di immaginare l’impossibile come quando si era bambini (e con i sogni l’infanzia c’entra sempre, anche nel film di Mitchell è così): e per questo Solo, il secondo spin-off della saga di Star Wars, è il film ideale. Perché Ron Howard sceglie di raccontare la giovinezza del contrabbandiere pilota del Millennium Falcon come un film d’avventure di un tempo, un film di corsari e pirati dello spazio, una sarabanda di inseguimenti e azione rocambolesca, senza quei toni epici, cavallereschi o oscuri che segneranno il futuro della saga ma che centrano poco con i 20 anni di uno sbruffone. Per questo Howard fa sognare: il suo cinema d’intrattenimento purissimo realizzato a regola d’arte. E a un sogno difficile chiedere di più.

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