Gli ultimi saranno i primi, almeno al cinema: Cannes giorni 5 e 6

di Emanuele Rauco

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Il festival di Cannes raggiunge il suo vivo con i giorni del weekend e lo raggiunge attraverso film che raccontano la povertà e il rapporto tra umili e società da prospettive geografiche, cinematografiche e culturali molto diverse.

Per esempio nei modi deteriori, pietistici e filmicamente ricattatori di Les filles du soleil di Eva Husson, che prende la vera storia delle guerrigliere curde in lotta contro gli uomini del DAESH (o se preferite ISIS) e della vera giornalista che ne raccontò le vicende e la rende un film bellico preda del sentimentalismo delle fiction tv, messo in scena come uno spot di propaganda in cui le emozioni devono essere rappresentate nel modo più becero.

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Ma perlopiù scavando nelle reali possibilità del cinema: per esempio Jafar Panahi fa un cinema di urgenze e necessità, ma non nel senso ipocrita del film necessario, che sceglie il tema civile e di quello si accontenta. Panahi nel 2010 è stato condannato, tra le varie cose, a non poter fare film per 20 anni a causa di film “anti-iraniani”: da quel momento ha cominciato a fare film, girarli e montarli, per interposta persona oppure approfittando dei pochi spazi di libertà concessi per via delle proteste internazionali (Panahi ha vinto Leone d’oro e Orso d’oro). Così il suo nuovo film Three Faces è un film girato in pochissimi giorni, con soldi e attrezzature minimi, senza attori né set e riesce nonostante tutto a raccontare una storia coinvolgente (Panahi in persona è un regista che, assieme a una vera attrice, parte alla ricerca di una ragazza che forse si è suicidata a causa loro) attraverso un uso della regia e dei punti macchina che – sfruttando l’emergenza e la potenza del fuoricampo – riesce a comunicare il senso di un mondo vero, posto al limite tra verità e finzione, e a raccontare il mondo dei villaggi al confine con la Turchia, la quieta disperazione della sua gente e delle sue donne, le responsabilità del cinema.

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Dall’Iran al centro Italia, Alice Rohrwacher racconta con Lazzaro felice una comunità di contadini tenuti in schiavitù e raccontati attraverso la figura un po’ fiabesca un po’ angelica di Lazzaro, un ragazzo che non cambia mai lungo 20 anni, tanto nell’aspetto quanto nella bontà: la regista rischia tanto proprio per questa tendenza spericolata a giocare tra verismo e magia, tra Olmi e Citti, spiazzando di continuo lo spettatore ma anche dicendo con la sua messinscena densa e visionaria di un modo di guardare il mondo e il cinema che si compenetrano, in cui l’impossibile è impossibile e in cui il protagonista e lo sguardo della regista sono una cosa sola.

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E nel pieno della contemporaneità urbana giapponese si assesta , nuovo film di Hirokazu Koreeda, in cui una famiglia di poveracci tira a campare tra lavori ingrati e piccoli furti ai negozi, accogliendo al suo interno la piccola Yuri, abbandonata da una madre indegna. Il rapporto tra famiglia naturale e affettiva è da sempre al centro del cinema del regista nipponico e il film porta il suo stile di scrittura e regia a un grado di finezza altissimo, capace di raccontare con semplicità, onestà, emotività i suoi personaggi e attraverso di loro riflettere sul rapporto tra parole e immagini, su dove si nasconda – e se esista – la verità (riflessione cominciata col precedente film The Third Murder) all’interno di una narrazione cinematografica. Economia espressiva e densità concettuale sotto forma di un racconto commovente: forse il più bel film visto al festival.

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