Godard batte Festival 2-0: Cannes giorno 4

di Emanuele Rauco

Cannes-2018-Jean-Luc-Godard-ne-viendra-pas.jpgNell’edizione che vorrebbe sancire la vittoria e la restaurazione del cinema, inteso come grande schermo, la sacralità della visione e la presunta superiorità del cinema sulla tv, Godard spariglia le carte e rimette le cose in una prospettiva contemporanea e d’avanguardia. Prima con il suo film, Le livre d’image, poi, forse soprattutto apparendo in conferenza stampa attraverso lo schermo del suo smartphone: dal divieto di selfie al selfie come mezzo di comunicazione primario del cinema.

E Godard (88 anni), che con la voce un po’ tremula, è sorridente e in vena di risposte e riflessioni dopo anni di eremitaggio e provocazioni insopportabili, quasi commuove. Un piccolo pezzo di storia della comunicazione, se non proprio del cinema.

E il suo film da quella storia parte: Le livre d’image sceglie 5 temi e li declina attraverso la storia delle immagini in movimento – dal cinema ai video-reportage partecipativi – per riflettere sull’immagine stessa come materia viva, plasmabile, modificabile, corruttibile e che a ogni cambiamento produce un senso un po’ diverso da prima. Un lavoro sperimentale di associazioni di idee e analisi concettuali che cerca di riflettere al ruolo del cinema e della ripresa (e della messinscena) come processo in continuo divenire, che parla in continuazione della e con la realtà. Non un film facile, certo, un gioco mentale continuo ma rispetto ad altre sue operazioni più accessibile e grondante fascino immediato anche per il lavoro di rilettura della storia del cinema, come fosse un’appendice del suo monumentale Histoire(s) du cinéma.

Jia Zhang-Ke ha invece un approccio più classico al cinema d’autore, ma condivide con Godard l’amore per immagini che pensino, che rivelino qualcos’altro oltre al loro primo grado, alla loro superficie: Ash Is Purest White, il suo nuovo film, in questo è simile al precedente Al di là delle montagne perché usa una struttura ampia, un passo da romanzo del ‘700 o ‘800 – in questo caso raccontando la storia di una donna che passa dall’essere la donna di un piccolo boss a doversi reinventarsi una vita quando, uscita dal carcere, non trova più la vita di prima – con il quale descrivere sullo sfondo, ma sempre più in evidenza, lo sviluppo del suo paese, del suo rapporto con la modernità, il denaro, l’impresa privata. Un film a strati, solo stavolta un po’ più manierista e un po’ meno ispirato del solito. Anche se il lavoro sul mélo garantisce la sua dose di coinvolgimento.

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