Guerre fredde e passioni calde: Cannes giorno 3

di Emanuele Rauco

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Come più di qualcuno afferma, a contare i focolai bellici accesi nel mondo la terza guerra mondiale è iniziata da tempo e non accenna a finire. E il cinema, con i festival come aggregatore dello spirito del tempo cinematografico, lo racconta in modo sempre più pressante, seppure con diverse sfumature, come la terza giornata del festival di Cannes denuncia, tra guerre combattute, temute, intime.

Ryszard Kapucsinski per esempio, nel suo libro Ancora un giorno, raccontava la sua esperienza durante la guerra civile in Angola nel 1975: quel libro è diventato un film d’animazione con inserti di documentario, Another Day of Life, diretto da Damian Nenow e Raul De La Fuente. La scelta di mescolare due forme cinematografiche agli antipodi (come fa anche Stefano Savona in La strada dei Samouni, presentato alla Quinzaine des réalisateurs e ambientato nel cuore di Gaza) diventa vincente perché il disegno permette di rendere appassionante e spettacolare gli eventi, riflettendo anche sui modi di raccontarli, mentre le interviste ai personaggi reali riportano la questione ad altezza spettatore, mettendolo di fronte alla realtà.

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Resta invece sullo sfondo il conflitto armato tra governo colombiano e i guerriglieri delle FARC in Los silencios, diretto da Beatriz Seigner, in cui una famiglia fugge dalla guerra e da un incidente che ha ucciso il padre per un’isola in Amazzonia. Ma le vittime della guerra e della politica si ritrovano lì, come spettri. Un’idea affascinante e un modo per la regista di costruire il mistero a partire dai rumori e dai silenzi di un non luogo che pare un limbo; peccato che poi le idee visive e narrative non decollino e Seigner voglia rendere esplicitamente politico ed evidente il suo mistero, togliendogli forza.

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Ma la guerra che ha raccolto un’ovazione sulla Croisette è quella fredda (solo nominalmente) ed emozionale di Cold War, il nuovo film di Pawel Pawlikowski, l’autore del premio Oscar Ida, che racconta trasfigurandola, come un’omaggio artistico, la storia incredibile dei propri genitori e in particolare della madre, partita dai gulag dell’ex-Unione sovietica e arrivata nell’Europa e nella Parigi degli anni ‘60. Un film ricchissimo di amore, dolore, passione, musica, follia e disperazione, romanticismo e anche, tra le righe, della storia dell’Europa del dopoguerra: una sorta di classico istantaneo in cui il rigore formale del regista si apre all’emotività e alla potente espressività dei suoi due protagonisti. Soldati di una guerra sentimentale che non fa prigionieri.

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