Piccole e grandi odissee: Cannes giorno 2

di Emanuele Rauco

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Come ha raccontato in maniera brillante Edouard Baer durante la cerimonia d’apertura del Festival di Cannes, fare un film è un’odissea umana e produttiva. Ne sa qualcosa il povero Terry Gilliam, già citato anche ieri, che per realizzare il suo Don Chisciotte ha passato 30 anni circa di guai e ne passa ancora. E allora è normale che il cinema racconti le odissee piccole e grandi che si rispecchi nelle vicende che mette in scena.

Piccola nei mezzi ma non così piccola nel fattore umano è l’odissea di Bashey, il lebbroso protagonista di Yomeddine, il primo film del regista egiziano Abu Bakr Shawky: l’uomo, vero superstite della malattia e abitante in una delle ultime comunità per lebbrosi del mondo, esce dal suo ghetto e si avventura per il paese assieme a un piccolo orfano. Un film sincero e onesto, caldo come una favola ma capace di aprirsi a scorci di realismo quasi documentaristico, fragile e pieno di inciampi eppure un film a cui è difficile non voler bene, almeno un po’.

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È invece un’odissea minima quella che racconta l’ungherese Szofia Zsilagyi (anche lei esordiente) in One Day, un viaggio nella giornata tipo di una donna lavoratrice – insegna italiano – madre di tre figli pieni d’impegni, con un marito poco presente e che forse la tradisce. Il quotidiano dramma del tempo che corre e che manca, le piccole crudeltà di ogni giorno raccontate senza sensazionalismi facendo risaltare la battaglia di una donna all’interno del suo mondo e scavando dentro la personalità senza psicologismi ma descrivendone vita, azioni, comportamenti. E facendo emergere un eroismo comune che supera le definizioni vittimistiche di molti movimenti neo-femministi.

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Più ampia come raggio temporale è invece l’odissea di Leto, il film del russo Kirill Serebrennikov, ed è l’odissea del rock sovietico del disgelo, a cavallo tra gli anni ’80 e i ’90, tra bisogno di cautela dalle maglie della repressione comunista e le prime aperture di quelle maglie: ma nel film la politica è in sottofondo, perché il regista s’interessa soprattutto alla vitalità creativa di un gruppo di giovani che scopre un mondo vicino e lontano – quello della musica anglosassone – respinto e bramato in egual modo attraverso personaggi ritratti con affetto, di cui mettere in evidenza la tenerezza, il bisogno di amore e musica, l’ingenuità con cui copiano e reinventano i loro modelli e con cui il regista inventa soluzioni grafiche e visive adeguate. Un film appassionante e anche un modo per conoscere un mondo culturale poco frequentato. Che è uno degli obiettivi di ogni odissea.

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