Il codice del babbuino: un disperato viaggio al termine della notte

di Laura Pozzi

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Nel 2004 un gruppo di giovani e intraprendenti autori di Guidonia Montecelio, dà vita al collettivo Amanda Flor con lo scopo di proporre un cinema libero e indipendente orientato su problematiche sociali e attuali.

La tenacia del gruppo e la felice intuizione alla base del rischioso e innovativo progetto, porta in breve tempo alla realizzazione di interessanti e audaci opere come La Rieducazione, lungometraggio del 2006 divenuto vero e proprio caso durante la 63ema mostra del cinema di Venezia e Ad Ogni Costo presentato con successo nel 2010 alla V edizione del Festival Internazionale del Film di Roma (senza dimenticare gli originali e meritevoli cortometraggi). Nel 2015, dopo aver concluso la proficua esperienza con Amanda Flor, il collettivo si costituisce come Donkey’s Movie, vantando tra le produzioni Il codice del babbuino (sempre per la regia come nei titoli precedenti di Davide Alfonsi e Denis Malagnino) nelle nostre sale  a partire dal 17 maggio con Distribuzione Indipendente.

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La premessa di ordine essenzialmente tecnico appare doverosa per cogliere appieno lo spirito che anima un certo cinema indipendente italiano di cui se ne era inspiegabilmente persa traccia. La storia prende spunto da un fatto di cronaca nera avvenuto qualche anno fa proprio a Guidonia terra di confine tra il centro e la periferia romana. In una sera come tante il corpo violato ed esanime di Patrizia viene rinvenuto in un campo rom. Protagonista della drammatica scoperta è Denis (Denis Malagnino) quarantenne ai margini, che tra buffi e fallimentari tentativi di rivalsa prova a sopravvivere in quella tetra giungla metropolitana. Come da copione spetta a lui l’ingrato compito di informare Tiberio (Tiberio Suma), compagno della sventurata ragazza vittima del tragico evento.

I due malgrado idee e risoluzioni diametralmente opposte accantonano senza troppa convinzione (soprattutto da parte di Tiberio) le rispettive divergenze avviandosi verso uno spettrale viaggio al termine della notte, dove ad attenderli c’è il Tibetano (Stefano Miconi Proietti)  sprezzante e mefistofelico boss di quartiere vero (almeno sulle prime) burattinaio della storia capace di risolvere lo scomodo “caso”. Ma per fortuna non tutto è come sembra e la storia inizialmente incanalata su un tema classico come quello dei film stupro e vendetta, intraprende improvvisamente un’ inconsueto percorso narrativo dove a farla da padrona è una notte buia, ossessiva, interminabile. All’interno di un fatiscente abitacolo si consuma tra insulti e  false complicità il destino di tre anime nere  incapaci di stare al mondo. Il vero motore della storia, contravvenendo alle apparenze è Denis che assecondando il suo spirito ruvido, ma in cerca di redenzione dirigerà la cruenta e inevitabile serie di eventi. Gli autori definiscono il loro un cinema “grezzo”, scarsamente raffinato dove ogni spettatore è libero di plasmarlo a propria immagine. Certamente abbiamo a che fare con un’idea di cinema totalmente indipendente dove non vige nessun artificio e nessuna concessione a quel buonismo tanto caro al cinema italiano. Al contrario il film con coraggio e spregiudicatezza trasuda realismo, disperazione, autenticità e i protagonisti grazie al loro accento marcato e all’irritante e urlante modo di comunicare creano un’insostenibile tensione da rendere tutto dannatamente vero.

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La mdp sembra non dar scampo a quei corpi ineleganti, artefici di gesti sgraziati e di un linguaggio crudo e grossolano. Lasciando fuori dalle immagini gli avvenimenti principali che vengono solo lontanamente evocati i registi lavorano su un contesto marcio e degradato incapace di uscire dalle viscere di un mondo oscuro dove la luce dell’alba si limita all’avvio di un altro giorno maledetto. Se da un lato la pellicola soffre le ristrettezze di budget non all’altezza, dall’altro la scarsità di mezzi se ben sfruttata come in questo caso può rappresentare una risorsa dal valore inestimabile, regalando ad una storia senza scampo autentici e insperati momenti di leggerezza. Come dimostra l’irresistibile siparietto su Scarface di Brian De Palma (o Martin Scorsese?) inscenato da Denis e il Tibetano, che da solo vale il film.

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