Lontano da casa, lontano dal cuore: Cannes, giorno 1

di Emanuele Rauco

the-man-who-killed-don-quixote-concept-art-skip-crop.jpg

Finalmente comincia il Festival di Cannes. Nel bel mezzo delle polemiche che riguardano Netflix, le serie tv, i selfie e Terry Gilliam, il cui film maledetto The Man Who Killed Don Quixote è stato sbloccato dal giudice e quindi sarà il film di chiusura accompagnato dallo stesso regista, ridimensionando quindi le notizie che ieri lo volevano colpito da un ictus.

Finalmente i film daranno un senso a un circo che negli ultimi anni ha rischiato, e rischia ancora, di perdere fascino e identità, cercando di risollevarsi dalla conventicola di soliti noti a un’edizione con pochissimi grandi nomi che quindi dovrà per forza puntare alla qualità.

todo lo saben.jpg

E la questione dell’identità culturale e geografica è qualcosa che lega i film presentati durante la prima giornata del festival, a cominciare dal film di apertura, Todos lo saben del regista iraniano Asghar Farhadi (autore di Una separazione) che per l’occasione si è spostato in Spagna girando con Penelope Cruz e Javier Bardem raccontando di un rapimento durante un matrimonio e della spirale di sospetti, accuse, tradimenti e rivelazioni che si porta dietro. Una tipica costruzione à la Farhadi, in cui i colpi di scena si susseguono a ripetizione scavando sempre più a fondo nei personaggi. Ma la distanza geografica e soprattutto culturale con il suo mondo, con l’Iran, toglie al regista il sostrato, le fondamenta che danno spessore ai suoi racconti. Senza di esse, Todos lo saben si rivela un meccanismo artificioso e superficiale, in cui anche la regia tentenna preferendo il folklore al rigore.

donbass.jpg

Più attaccati alle proprie radici e alla propria storia sono i film che hanno aperto altre due sezioni del festival: Donbass, del regista ucraino Sergei Loznitsa, ha inaugurato Un certain regard, la sezione del festival dedicata al cinema nuovo, lontano come linguaggio o come luoghi, e lo ha fatto con una sorta di satira fanta-politica in cui rileggere la guerra civile che ha dilaniato l’Ucraina dividendola tra indipendentisti e filo-russi raccontando la guerra come sfondo scenografico nel quale far agire la propaganda russa. Il film procede, a volte a fatica, per metafore e allegorie oscure per chi non conosce la situazione politica del paese, ma al contempo è una riflessione piuttosto suggestiva sul ruolo dell’immagine e dello spettacolo nei contemporanei contesti bellici, in cui ogni fatto è una messinscena, in cui il limite tra documentazione, rappresentazione e propaganda è sottilissimo.

E alla sua terra è legato Paul Dano, attore all’esordio come regista con Wildlife (film di apertura della Semain de la critique, sezione in cui i critici francesi selezionano i migliori esordi o opere seconde), dramma familiare tratto dal romanzo di Richard Ford in cui la perdita del lavoro rompe l’equilibrio tra una madre, un padre e un figlio nell’America montanara degli anni ’60. Va sul sicuro Dano e fa bene, visto che al netto di inciampi di scrittura e di gestione dei personaggi, il film mostra un buon approccio agli attori e belle intuizioni visive, parlando di comportamenti e sentimenti vicini alla propria sensibilità. Magari deve affinarsi come narratore, ma ha lo spirito giusto. E trovarlo a migliaia di chilometri di distanza non è mai facile.

Rispondi