The Captain: quando a fine guerra il gioco dei ruoli si inverte

di Beatrice Andreani

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Robert Schwentke porta sul grande schermo i disastri causati dalla Seconda guerra mondiale col film The Captain (miglior regista e migliore attore a Max Hubacher nella sezione Anteprime Internazionali al Bif&st).

Schwentke mostra i momenti storici decisivi che vedono gli oppressori e gli oppressi scambiarsi i ruoli ribaltando così l’ago della bilancia: “Il film vuole raccontare certe dinamiche del nazionalsocialismo con cui la Germania deve aver fatto i conti. Mi attirava intanto il fatto che quest’uomo non fosse mosso né da un’ideologia, né da ambizione, ma solo dal desiderio che però, ovviamente, si evolve a mano a mano che conquista potere”.

Sono le immagini in bianco e nero ad accompagnare, in un susseguirsi veloce di violenza e paura, il frangente in cui i fronti opposti si sgretolano e le vicende che vedono il protagonista Herold (Max Hubacher), trasformarsi con grande disinvoltura, a pochi giorni dalla fine della guerra, da vittima a carnefice, vestendo i panni di un carismatico capitano che riesce a mettere insieme un gruppo di uomini improbabili pronti a tutto pur di resistere fino alla fine.

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La storia di Harold è tratta da una vicenda realmente accaduta. Il regista, già famoso per aver diretto Red (2011) e gli episodi 2 e 3 della saga The Divergent Series, ha portato il film (una coproduzione  Germania, Francia e Polonia) a Toronto dove ha ottenuto il Premio della giuria per la fotografia (Florian Ballhaus).

The Captain - Out Out Magazine (3).jpgRiguardo al suo rapporto con Hollywood, Schwentke aggiunge: “Non posso realizzare sempre i film che vorrei fare. A volte faccio quello che mi propongono, ma solo se mi piacciono davvero. Tutte queste esperienze mi sono servite per The Captain, un film che non credo avrei potuto fare prima. Comunque in questo film c’è anche una volontà di far sorridere nonostante il tema cupo. Volevo che non annoiasse il pubblico, ed è ovvio che questo mi deriva dalle mie esperienze hollywoodiane. Anche se non è facile mi piacerebbe

continuare a lavorare sia in Europa che negli Stati Uniti. Negli studi americani ormai c’è la tendenza a rifare sempre gli stessi film, una cosa, quest’ultima, che aumenta le opportunità per il cinema europeo”.

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