I fratelli Russo prendono in parola il titolo del film e realizzano un prodotto ben confezionato ma, per l’appunto, “infinito”

di Luca Ingravalle

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Dopo dieci anni dall’uscita di Iron Man e diciotto conseguenti film all’attivo, il MCU (Marvel Cinematic Universe, per i meno informati) si avvia all’epilogo della sua terza fase con il primo dei due capitoli conclusivi degli Avengers. E lo fa con un film definitivo, epico e coraggioso nella misura in cui lo studio che lo ha commissionato lo permette.

L’azione inizia laddove il terzultimo film (in ordine di uscita) di casa Marvel Thor: Ragnarok finisce, e quindi su una nave Asgardiana il cui comando viene sottratto a Thor e suo fratello Loki da Thanos e i suoi seguaci. Mentre l’esercito Asgardiano si dirige valorosamente incontro alla morte, il villain di questo nuovo capitolo non le racconta molte prima di rivelare il suo scopo: raccogliere le pietre dell’Infinito per poter ristabilire l’ordine nel caos dell’universo eliminando arbitrariamente metà della popolazione mondiale.

Da questo punto in poi, apriti cielo. La notizia arriva in tempo record sulla terra e in una galaxy far far away, e in men che non si dica diciotto anni di personaggi Marvel (manca solo Ant Man all’appello) vengono cuciti in unico film.

Iron Man viene sottratto alla sua amata Pepper Potts e in un baleno bisticcia amorevolmente con Benedict Cumberbatch e il suo Doctor Strange in una serie di dialoghi che strizzano l’occhio ai ritmi di Aaron Sorkin, giusto per scomodarne uno, forse ingiustamente. Thor viene salvato dai Guardiani della Galassia e gigioneggia con Chris Pratt su chi ce l’ha intellettualmente (e fisicamente) più lungo, mentre lo Spider Man in piena tempesta adolescenziale di Tom Holland gioca ancora a guardie e ladri per impressionare Tony Stark.

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E mentre Steve Rogers abbandona la reclusione a cui si era sottoposto per salvare il mondo,senza però tagliarsi la barba, Bruce Benner litica con il suo alter-ego Hulk in quello che sembra il perfetto ribaltamento sornione di Dott. Jekyll e Mr. Hyde.

In questa piacevole accozzaglia, lo spettatore sale su astronavi, è coinvolto in battaglie serratissime che si spostano dalla silenziosa Irlanda alla caotica New York, per poi essere catapultato in pianeti dai nomi bizzarri come “Ovunque” e tornare, finalmente, nella meravigliosa Wakanda.

Queste sono, in breve, le premesse di Avengers: Infinity War.

Lo spettacolo è chiaramente garantito, l’asticella viene alzata ulteriormente in questo capitolo dove sembrano essere confluiti quasi tutti i soldi che la Marvel aveva da spendere. E li ha spesi bene. Sono anni che lo studio ha individuato la strada maestra per monopolizzare il botteghino: mettere insieme quanti più personaggi possibile e far fluire il tutto con estrema facilità e coerenza. In questo la Marvel insegna e riesce dove la DC ha miseramente fallito con Justice League. Le sequenze con i vari personaggi si alternano con sapiente maestria e senso della misura, non si ha mai l’impressione che sia stato tolto del tempo a uno per regalarlo a un altro. Complice di questo centro al bersaglio è sicuramente la scrittura di Christopher Markus e Stephen McFeel, senza dimenticare l’intervento di James Gunn al quale si devono le scene più riuscite dell’intera pellicola.

La scrittura a sei mani di Avengers: Infinity War, seppur non avvalendosi del dono della sintesi, non sbaglia un tempo né un ritmo, si muove sicura nelle tele dei personaggi svelandone le loro motivazioni senza però rischiare di essere prolissa.

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E’ un peccato, quindi, che il buon livello della sceneggiatura non riesca comunque ad impedire al film di inciampare nella fossa che da solo si è scavato, e che l’assenza della misura non si manifesti nella storia in sé ma nella quantità di storie che vengono raccontate.

Per una durata che supera le due ore e mezza, lo spettatore meno esperto fa fatica a seguire tutti gli avvenimenti dettati in altri film, non fa in tempo ad affezionarsi completamente a nessuno dei personaggi (o se riesce è perché ci sono attori migliori di altri) e finisce per avere un senso di smarrimento e confusione che non si confà a un popcorn movie come quello preso in analisi.

Il cast fa il possibile per ritagliarsi il proprio spazio ed elevarlo al meglio. Se l’abitué Downey Jr ruba ogni scena in cui è presente, con Cumberbatch che dà comunque filo da torcere, il film ha diversi assi nella manica a partire dalla sempre intensa Elizabeth Olsen e la sorpresa Zoe Saldana, alla quale è affidata una carica emotiva non indifferente.

Il santo James Gunn regala delle simpaticissime gag a Thor e Star Lord, interpretati dai due Chris della compagnia ( Hemsworth e Pratt), e strappa molte più risate qui che nel suo stand alone il Peter Parker di Tom Hollan, con la sua irresistibile satira rivolta alla cultura pop di film come Alien e Footlose.

Mentre dispiace sempre vedere Scarlett Johansson che fa il minimo sindacale (ma non è colpa sua), e un coinvolgimento di Black Panther inferiore rispetto a quanto ci saremmo potuti aspettare ( Lupita Nyong’o dove sei?), la vera svolta di Avengers: Infinity War sta nell’approfondimento del villain.

Per la prima volta si assiste a un cattivo bidimensionale, coerente, che agisce mosso da ragioni superiori alla nostra comprensione e superiori anche alla comprensione dei supereroi stessi.

Il Thanos interpretato da Josh Brolin si muove, nella sua personalissima ottica, nel bene e per il bene, si sostituisce alla volontà di qualsiasi Dio e sacrifica quanto ha di più caro al mondo per raggiungere il suo obiettivo.

La sua perseveranza conduce il film verso un finale inaspettato e furbo più che coraggioso, un cliffhanger che la Marvel contraddice con l’agenda dei film in programma, e grazie al quale Infinity War è stato empiamente paragonato all’Impero colpisce ancora.

Il film dei fratelli Russo non è il capolavoro nato dal soggetto di George Lucas e né aspira ad esserlo. E’ comunque un grande passo avanti rispetto agli ultimi film sfornati da casa Marvel (ma anche un enorme passo indietro rispetto a Black Panther) che convince, appassiona, confonde e, va ammesso, commuove. Se solo lo studio avesse ascoltato il sacrosanto detto “less is more”…

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