Il Dubbio: il coraggio di affrontare i propri errori

di Corinne Vosa

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Il dottor Nariman, patologo forense, un uomo virtuoso e di solidi principi, ha involontariamente un incidente con un motociclista e la sua famiglia, in cui ferisce un bambino di otto anni, anche se in modo apparentemente superficiale.

Chiede che non venga chiamata la polizia, perché la sua assicurazione è scaduta, ma si offre di portare il bambino in clinica. Moosa, il padre del bambino, rifiuta però il suo aiuto, tranquillizzandolo che lo porterà lui in ospedale, ma il dottor Nariman seguendoli per un breve tratto di strada si accorge che non è così. La mattina successiva scopre che proprio quel bambino è stato portato nell’ospedale in cui lui lavora per un’autopsia per morte sospetta. Nariman affronta l’incubo di un terribile dilemma: è lui il responsabile della morte del piccolo a causa dell’incidente o la morte è dovuta a un avvelenamento da cibo, come sostiene la diagnosi della collega Sayeh?

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Il cuore della sceneggiatura de Il Dubbio – Un caso di coscienza è nel rendere quel senso di colpa che affiora non solo dopo che un evento negativo si è verificato, ma quando per la nostra codardia, la paura di assumerci le nostre responsabilità e i mille dubbi che ci assalgono provochiamo un ulteriore grave danno a qualcuno. Queste le parole del regista Vahid Jalilvand: “Ci siamo fatti una strana idea dei vigliacchi ma essi sono esattamente come noi. Forse riproducono persino il nostro comportamento. Un comportamento crudele che giustifichiamo in nome della saggezza. Quante volte la paura e l’incapacità di esprimere la semplice verità ha provocato disastri nelle vite altrui? Non so cosa avrei fatto al posto del dottore protagonista,ma ricordo esattamente momenti semplici in cui ho saggiamente perso contro le mie paure e i miei dubbi. Questo film potrebbe essere un’elegia sulla tomba dell’uomo che una volta ho sognato di essere.”

Quando viene a conoscenza della morte del bambino il dottor Nariman viene assalito dal panico e il suo primo istinto è quello di nascondersi, di sfuggire dalla grave colpa di cui potrebbe essersi macchiato e di cui difficilmente riuscirebbe a sostenere il peso e il dolore che ne deriva: aver ucciso un bambino. Ma è un uomo buono e per quanto il suo coraggio nel dire subito la verità sia venuto meno, scava a fondo nel mistero di questa morte, tormentato da mille dubbi e in fondo convinto che malgrado le scarse probabilità la colpa sia sua. Ai suoi dubbi si contrappone la razionalità della collega, fredda e lucida, che per affetto cerca di salvarlo da se stesso, consigliandoli quella che giunti a quel punto appare la soluzione più “saggia”: dimenticare e proseguire la propria quotidianità. Il senso di colpa di Nariman non è solo legato alla morte del bambino, fatto di per se stesso atroce, ma anche alle conseguenze nefaste del proprio silenzio: la totale distruzione del nucleo familiare del bambino defunto. Infatti il padre sembra essere il responsabile inconsapevole della morte del figlio, fatto che fa convergere su di lui la rabbia della moglie, sconvolta dal grave lutto. Inoltre lo scatenarsi delle tensioni emotive dei personaggi porta questa famiglia a precipitare in un baratro ancora peggiore.

Tutto il film ruota attorno a questo interrogativo: di chi è la colpa? Ci si chiede però guardandolo se ciò abbia veramente importanza. In ogni caso si tratta di un incidente, e la sofferenza non sparirà qualunque sia la risposta. Ma si ha bisogno di un colpevole, forse perché senza apparirebbe tutto ancora più arbitrario e casuale. Il dolore porta alla rabbia e si sente la necessità di odiare qualcuno, o se stessi o un’altra persona.

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Il Dubbio – Un caso di coscienza ha vinto il premio Orizzonti per la migliore regia e per la miglior interpretazione maschile a Navid Mohammadzadeh (che interpreta Moosa) alla 74 Mostra internazionale d’arte cinematografica di Venezia.

La regia crea alle volte una sorta di “distacco” tra la telecamera e i personaggi,come se una piccola parte dell’azione venisse solo lasciata intuire allo spettatore, senza mostrargliela nella sua interezza, come quando Nariman scorge dallo specchietto la madre del bambino morto e scende dalla macchina per parlarle. La telecamera rimane fissa e non muta inquadratura, così che lo spettatore veda riflesso dallo specchietto dell’auto il dialogo tra i due, senza però sentire le loro voci, potendo solo immaginare la loro conversazione. Queste rotture dell’illusione di realtà accrescono il senso di mistero e angoscia della vicenda, concretizzando visivamente quella sensazione di spaesamento generata da un dubbio che non lascia tregua.

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