Sorrentino racconta Lui per studiare Loro

di Luca Ingravalle

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La premessa è una ed una sola: è molto difficile dare un giudizio alla prima parte di questo dittico senza aver visto la seconda.

E’ molto difficile perché tante sono le strade spianate da Sorrentino in questo primo Capitolo che già si presenta idealmente diviso in due parti. Due atti divisi meticolosamente, con diversi protagonisti e personaggi a loro volta mossi da differenti sentimenti e ambizioni.

Una cosa però è certa ed è forse l’unica che si evince dal film: Loro non è uno studio su Silvio Berlusconi (lo sarà molto probabilmente nella seconda parte) ma è un tentativo di ritrarre,appunto, “Loro”, gli ambiziosi amorali, le anime che ruotano attorno a un Purgatorio insoddisfacente in trepidante attesa di un biglietto per il Paradiso, ça va sans dire, di Silvio Berlusconi.

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Sono loro gli indiscussi protagonisti del primo ideale capitolo del film. Una massa di avari, cortigiane, arrampicatori sociali, politici corrotti,  tutti accomunati dalla stessa fame insaziabile di toccare con mano i privilegi e il rispetto di questo Dioniso incarnatosi nella figura del Cavaliere.

Sorrentino dà prova massima del suo essere visionario nella messa in scena di questo circo grottesco dove l’abbondanza dei vizi oscura di gran lunga la presenza delle rimanenti virtù. I suoi antieroi, capitanati da un Riccardo Scamarcio bilanciato e in parte, sono privi di qualsiasi etica e dignità, talmente inconsapevoli del loro possibile valore che tentano di cercarlo altrove, in un mondo estraneo a quello di appartenenza. Il regista li racconta in maniera efficace e generosa, racchiudendoli in un unico archetipo di Italianità superficiale e negativo, ma allo stesso tempo vivo e contradditorio.

Le loro contraddizioni sono alla base della sceneggiatura scritta dallo stesso regista insieme a Umberto Contarello, la cui efficacia oscilla costantemente sul filo del rasoio senza mai sprofondare nell’abisso. Il valore stilistico di Sorrentino, supportato dall’ autorevole macchina di Bigazzi, risuona in tutto il film.

Non manca la cifra allegorica della Grande Bellezza, le sue immagini e la sua “fauna” evocativa né manca il tentativo di presentare l’esuberanza dei suoi personaggi incorniciandoli in situazioni al limite del plausibile.

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Non è casuale, infatti, che Sorrentino scelga di ritrarre Loro nell’ultima scena che li vede come protagonisti, sequenza che strizza l’occhio a The Wolf of Wall Street di Scorsese, come devoti seguaci impegnati nei loro riti bacchici, nella totale lussuria ed ebrietà dionisiaca che li contraddistingue.

Ed è proprio ad un’ora esatta dall’inizio del film che Dioniso compare per creare ancora più disordine.

Nella prima metà della pellicola non c’è traccia di Silvio Berlusconi, non appare mai fisicamente agli occhi dello spettatore. Eppure la sua presenza è invadente e levitante, lo è nei miti che le persone raccontano di Lui (così viene chiamato dai suoi “fedeli”), lo è nel tatuaggio presente sul fondo schiena di una delle sue ammiratrici, e lo è nei sogni di ognuno dei personaggi precedentemente incontrati.

Il suo ingresso in scena è memorabile, lo incontriamo travestito da odalisca velata in una sorta di captatio benevolentiae nei confronti di sua moglie Veronica. Da questo punto in poi la prima parte di Loro sposta la lente d’ingrandimento dai piccoli che vogliono raggiungere il Grande al Davide che è diventato Golia.

Come precisato da Sorrentino nelle note di regia “un uomo è il risultato dei suoi sentimenti più che la somma biografica dei fatti”, e il ritratto di Berlusconi alla fine del suo terzo Governo è perfettamente coerente con questa affermazione. Non è, per ora, il bunga bunga ad essere rappresentato, ma la gigantesca personalità di un uomo convinto di essere Dio e contento di farlo sapere al mondo.

Insegna al nipote l’importanza di credere alla verità delle proprie menzogne, ruba a sua moglie la dignità senza colpo ferire, e nel frattempo mantiene una lucidità tale da eliminare i suoi personali Giuda, pensare a un quarto governo e riflettere sulle sue paure che per un breve istante lo avvicinano a qualsiasi altro essere umano. Toni Servillo è Silvio Berlusconi senza se e senza ma e si diverte tantissimo nel (non) dargli credibilità.

La sua interpretazione è coerente con la linea guida della pellicola, è eccentrica, irresistibilmente sopra le righe, e rispetta il chiaro intento di Sorrentino nel distaccarsi dalla realtà per raccontarla da una prospettiva più personale. Non sapremo mai come Berlusconi abbia condotto la sua vita, se si sia mai fatto il bagno nell’oro o si sia veramente vestito da odalisca , ma certo è che la visione dissacrante del regista campano ce ne dà un assaggio se non veritiero, perlomeno cinematografico. E oggi come oggi, non c’è nessuno più cinematografico di Silvio Berlusconi.

Per quanto sia imperativo rimandare il giudizio di Loro a dopo la visione della seconda parte, non si può fare a meno di rimanere ancora una volta sorpresi di fronte all’affresco originale di Sorrentino e alla rischiosa presa di posizione che presenta: Non è vero che noi Italiani siamo tutti un po’ Berlusconi come si è erroneamente detto, ma è vero che Berlusconi simboleggia in parte ciò che segretamente la maggior parte di noi vorrebbe essere, l’esempio di un self made man artefice del proprio destino. Ed è un attimo che questa riflessione si trasforma in uno studio su chi siamo, chi vorremmo essere e quanto siamo disposti a rinnegare noi stessi per toccare il sole senza poi bruciarci.

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