Molly Bloom e l’arte di rialzarsi

di Luca Ingravalle

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Incassato il primo tonfo in qualità di promettente sciatrice, la protagonista Molly Bloom (non è l’eroina di Joyce) si rialza lontana dalla neve e dalle dure regole di suo padre e si dirige a Los Angeles, Hollywood per la precisione, in cerca di avventure prima di avviare dei normalissimi studi di legge.

Ma la normalità sta a Molly come ad Aaron Sorkin sta un film muto, e in un baleno si ritrova da semplice barista ad organizzatrice di un giro di poker senza precedenti rivolto ai più grandi esponenti dell’industria cinematografica contemporanea.

La scaltrezza e la sua intelligenza camaleontica la portano a monopolizzare le scene di Los Angeles e New York, a cadere e trasformare i suoi fallimenti in rabbia e volontà di prevalere sul patriarcato hollywoodiano e non.

Fino ad arrivare al passo falso definitivo, all’ultima grande caduta che la conduce direttamente in tribunale, assistita dal talentuoso legale Charlie Jaffey (interpretato da un grande Idris Elba).

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Il film è tratto da una storia vera, raccontata dalla stessa Bloom nel libro omonimo Molly’s Game: From Hollywood’s Elite to Wall Street’s Billionaire Boys Club, My High-Stakes Adventure in the World of Underground Poker, e nasce a detta dello stesso Sorkin (qui al suo debutto alla regia), da una battuta del personaggio di Idris Elba rivolta a Molly: “Hai terminato il libro prima di scrivere la parte buona”.

Ed effettivamente come in ogni buona sceneggiatura che si rispetti, e quindi come in ogni sceneggiatura di Aaron Sorkin, più che una trasposizione visiva Molly’s Game è uno studio sui personaggi, interessato a ricomporre le parti mancanti del puzzle.

Quest’intuizione ha regalato al regista, in primo luogo, gli elementi standard per poter filmare un film sul gioco d’azzardo, e quindi la dipendenza della protagonista da droghe per rimanere sveglia, l’incontro con la mafia russa che ha rappresentato il suo biglietto di andata e ritorno per il tribunale, entrambi elementi omessi nel libro e ricostruiti tramite le testimonianze dirette della Bloom.

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In secondo luogo, però, Molly’s Game è un film dei nostri tempi. Il poker fa da sfondo, ma il vero ritratto è quello della protagonista. Una donna forte, nata perdente e cresciuta vincente, scaltra e machiavellica al punto giusto. E’ sicuramente un film dei nostri tempi, targato #MeToo dall’inizio alla fine, e non a caso la protagonista è interpretata dalla Chastain, la quale negli ultimi anni ha scelto accuratamente ruoli che rispecchiassero questo preciso archetipo di donna.

Inoltre, dopo aver affrontato le ossessioni e le contraddizioni di assidui lavoratori come il Mark Zuckerberg di The Social Network o lo Steve Jobs del film omonimo di Danny Boyle, Sorkin lascia che la sua storia venga filtrata per la prima volta attraverso la prospettiva femminile: Molly Bloom è la sua prima eroina, se così può essere definita, più onesta dei suoi colleghi e sicuramente più “cinematografica”.

A fine corsa più che il “gioco di Molly” il vero giocatore sia Sorkin. La sua regia non brilla di originalità, ma dove non arriva con la macchina in termini di qualità arriva, ovviamente, con la penna.

Non manca la perfezione formale nella sceneggiatura, i dialoghi sono impeccabili e più che mai serrati, l’autore gioca (rischiando) con la voce fuori campo della protagonista, fin troppo invadente in alcuni punti, grazie alla quale la rende presente anche quando effettivamente non lo è.

E poco importa se inciampa in qualche buco narrativo (irrilevante ma evidente) come la comparsa improvvisa del padre di Molly verso la fine del film. Lo spettatore storcerà il naso, me verrà guidato verso una delle scene madri della pellicola con protagonisti Jessica Chastain e un convincente Kevin Costner, nei panni del padre di Molly.

Ogni elemento del film è funzionale al ritmo della sceneggiatura: dalle dimensione degli interni utilizzate per rispettare i tempi dei monologhi in voice over della protagonista, alla totale devozione degli attori nel fare proprio un lavoro incalzante come quello di Sorkin senza tralasciare nessuna delle sfumature tonali possibili.

E’ lecito ipotizzare che il film non avrebbe raggiunto la sua completezza senza la Chastain a bordo. La sua Molly è un concentrato di sensualità e fragilità perfettamente bilanciato e equo, non c’è un momento in cui i rischi di cui l’attrice si è fatta carico risultino essere un esercizio di stile e le modalità in cui  riesce a scomparire dietro Molly sono frutto di una meticolosa preparazione e conoscenza del personaggio. Non è un’annata che si rispetti senza la potenza di Jessica Chastain sugli schermi, e questa è la sua prova migliore dai tempi di Zero Dark Thirty. Idris Elba è altrettanto convincente nei panni di Jeffey. Il suo personaggio e quello di Molly sono due primi della classe che sanno di esserlo, nel momento in cui entrano in contatto l’uno con l’altro  esplodono, parlano e si comportano come se fossero due fiumi in piena. Mentre i riflettori sono giustamente puntati sulla Chastain, Elba le offre  delle intuizione recitative che arricchiscono enormemente il lavoro di entrambi.

Il cast di contorno funziona egregiamente: dal padre duro e tormentato di Costner al Player X interpretato dal “tenero” Micheal Cera, sino ad arrivare ai veri giocatori di poker, fortemente voluti da Sorkin per restituire un ritratto veritiero del gioco d’azzardo.

Gli insoddisfatti rimprovereranno il film per l’eccessiva lunghezza (2h 20′) e i dialoghi da cardiopalma, ma al di là di qualche imprecisione narrativa Molly’s Game rimane un ottimo affresco di genere, in una società dove la scalata al successo va di pari passo con l’illegalità e le nostre azioni sono dettate da ferite non totalmente guarite, come il mancato amore di un padre e il senso di inferiorità nato da questa mancanza.

Non è uno studio sull’America dei nostri tempi, ma un inno a rinascere dalle proprie ceneri e una risposta, tra le tante, alla domanda: Cosa diventiamo senza amore? Molly Bloom.

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