Escobar, ovvero quando non è mai abbastanza

di Nicolò Palmieri

Escobar - Out Out Magazine - 1.jpg

Fernando León de Aranoa torna a dirigere Javier Bardem dopo quindici anni, e l’appuntamento sembra essere quello delle grandi occasioni. Il pluripremiato attore spagnolo, infatti, diventa l’ennesimo volto prestato al personaggio del più grande narcotrafficante di tutti i tempi, Pablo Escobar.

Scritto dallo stesso regista, il film è basato sul best seller di Virginia Vallejo, Loving Pablo, Hating Escobar. L’autrice, interpretata da Penélope Cruz, altri non è che la giornalista ex amante di Escobar, che dopo aver passato anni al suo fianco decise di collaborare con la giustizia favorendone la cattura.

León de Aranoa, poliedrico cineasta spagnolo, è riuscito a confezionare un prodotto di alto livello regalandoci l’essenza più accattivante dell’uomo, prima ancora che del bandito, più ricercato degli anni ’90. Ogni dettaglio del film è curato nei minimi particolari, dalle possenti proprietà dei narcotrafficanti alle nauseabonde distese popolari colombiane (catturate sul vero territorio).

Nonostante questo, la domanda che più preme una volta che torna la luce in sala, è: era davvero necessario, ancora una volta?

Partiamo con ordine.

Escobar - Out Out Magazine - 3.jpeg

Il titolo originale, Loving Pablo, è sicuramente una delle decisioni più indovinate, dal momento che la parte iniziale del film prende lo slancio più verso la commedia sentimentale che verso la biografia di uno spietato criminale.

Seguendo la voce narrante di Virginia Vallejo, entriamo nel mondo senza regole di Pablo Escobar, colombiano figlio di contadini che in poco più di due anni è riuscito a diventare una delle persone più ricche del mondo, prima che la gente si rendesse conto del modo in cui guadagnava.

Virginia è una delle giornaliste più famose della Colombia, e rimane folgorata dall’incontro con questo parvenu, piacevolmente stupita dai suoi ideali umili e dai suoi progetti di cambiamento del paese, che naviga in pessime acque. Grazie a lei, Pablo diventa ben presto un personaggio pubblico, arrivando a coltivare l’idea di governare la sua stessa nazione, per “difenderla” dagli attacchi diplomatici statunitensi, e per proteggere gli interessi del suo popolo, che lo inneggia a salvatore della patria.

La pellicola regala dunque un piacevole inizio (sostenuto da fin troppi flashback), costruito sulla love story di una donna risoluta, consapevole della direzione in cui si sta addentrando, ma persa nel fascino dei soldi e della determinazione di un uomo senza eguali.

Escobar - Out Out Magazine - 2.jpeg

Quando arriva però il momento di mostrare una visione originale della storia e del personaggio, come ancora non se ne erano viste, il film si perde.

Assistiamo infatti all’ormai risaputo declino di Escobar, che lascia dietro di sé una scia di sangue perché è incapace di sentirsi dire di no, e che pretende sempre più potere perché tutti i soldi del mondo non sono mai abbastanza.

Tra scene che sembrano uscite da The Wolf of Wall Street (soldi nascosti nelle valigie, enormi festini, le lussuose cene dei due protagonisti) e altre, pregne di violenza, che non possono non rimandare alla recente serie televisiva Narcos, l’elemento mancante è forse quello più importante: gli Stati Uniti.

Viene infatti completamente messa da parte la grande organizzazione destinata alla cattura del criminale, e l’antagonista più importante del film, l’agente Neymar (interpretato da Peter Sarsgaard), viene quasi lasciato nel dimenticatoio.

L’unico aspetto determinante che resta è un atteggiamento rancoroso e ipocrita degli Stati Uniti, seccati dai milioni di dollari spesi in cocaina che prendono la direzione della Colombia, anziché restare in patria.

Vale comunque la pena di sottolineare il cambio di valore del protagonista, presentato quasi come un Robin Hood con nobili intenti (rischiando di assistere a un’elegia in onore del trafficante), per poi ritrovarsi di fronte un maniaco instabile, incapace di apparire pressoché simpatico.

Se a storia non riesce a scuotere, ci pensano però i suoi protagonisti a porvi rimedio, legati a un’adrenalinica regia senza alcuna sbavatura, per l’indubbio merito di León de Aranoa.

I coniugi Bardem/Cruz, alla loro settima collaborazione, sono semplicemente clamorosi, e viene la voglia di vederli recitare sempre insieme.

In particolare, lui è camaleontico come sempre: i suoi capelli e i suoi baffi non creano alcuna distinzione col vero Escobar, e i movimenti, gli sguardi, i toni di voce che conducono il ritmo della sua enorme pancia fanno credere di assistere a scene reali piuttosto che di finzione.

L’unico rimpianto, è doveroso ripeterlo, è che dopo avere assistito alla sua performance il pensiero corre subito al paragone con i suoi precedenti collaboratori, già interpreti di Escobar, e la sensazione, purtroppo, è che la moda inneggiante al fascino del male sia durata anche troppo, perché non riesce più a sorprendere.

Rispondi