Dopo la guerra, una tragedia in due atti

di Nicolò Palmieri

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Bologna, 2002. Le proteste contro la riforma del lavoro infiammano le università, e l’omicidio di un giuslavorista fa tornare alla mente collettiva alcuni tragici episodi di stampo terroristico, avvenuti all’inizio degli anni ’80.   Marco, ex terrorista di sinistra condannato all’ergastolo per omicidio, vive da 20 anni in Francia grazie alla dottrina Mitterand, che permetteva ai terroristi italiani di trovare asilo politico oltr’Alpe. E’ sospettato di essere il mandante dell’attentato, e il governo italiano ne chiede l’estradizione. Marco comincia ad assistere impotente al suo declino, progettando la fuga verso il Sud America, e trascinando a fondo con sé sua figlia nata e cresciuta in Francia, e il resto della sua famiglia dimenticato in Italia.

Dopo la guerra, esordio alla regia di un lungometraggio per Annarita Zambrano, presentato in anteprima al Festival di Cannes 2017 nella sezione Un certain Regard, è una raffinata tragedia sulla colpa, sul cui sfondo si proietta la tragica guerra civile che il terrorismo ha condotto nei confronti dello Stato italiano, con continui rimandi (espliciti e non) agli anni di piombo. La regista sceglie però di non aiutarsi con flashback, e ambienta l’intera vicenda nel 2002 (richiamando il drammatico omicidio di Marco Biagi, perfino nel nome del protagonista, assassinato dalle Nuove Brigate Rosse).

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Marco vive da rifugiato, disprezzando l’Italia per non avergli concesso un’improbabile amnistia, e dettando legge su sua figlia Viola di sedici anni, che costringe a seguirlo in un’angosciante fuga. A Bologna, sua madre e sua sorella Anna cercano invano di rifarsi una vita, troppo legate a quella di Marco, che ha lasciato un fratello morto dietro di sé e non si è mai più fatto sentire. Le colpe del passato del protagonista ricadono sui suoi cari, sia sulla figlia con cui non ha mai parlato italiano che sulla famiglia d’origine, in particolare su Anna, moglie di un giudice e professoressa liceale, che si ritrova una vita macchiata per una pena che non avrebbe dovuto scontare. Alla fine, il secondo atto fa intravedere una speranza di redenzione, ma solo attraverso un dovuto sacrificio.

Attraverso un ritmo compassato, retto da una regia che fa della macchina a mano il suo motore principale, la Zambrano ci consegna un malinconico personaggio in esilio (che sembra richiamare cautamente il Titta Di Girolamo de Le conseguenze dell’amore, anch’egli rifugiato, curiosamente sempre in uno stato confinante), che, snervatamente, dimostra solo di non saper migliorare: un Giuseppe Battiston che si conferma uno dei migliori volti del cinema italiano, padroneggiando il francese (quasi) quanto l’italiano, ma che purtroppo soffre dell’assenza di un autentico cambio di valore del suo personaggio.

Barbora Bobuľová riesce invece a trasferirsi benissimo nelle vesti di Anna, una moderna Antigone che però non ha il diritto di avanzare alcuna pretesa, e la cui vita è riempita dall’assenza del fratello colpevole.

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La nota più lieta appartiene alla giovane Charlotte Cétaire, che risulta credibile nel ruolo della figlia sottomessa che si esprime con i silenzi e le urla soffocate, e la cui adolescenza viene invasa, fisicamente e moralmente, dall’opprimente figura del padre.

Trattando un tema così delicato e interessante, con una scena iniziale pregna di un’energia politica ormai sopita (e di rimandi a un certo cinema di Marco Tullio Giordana), il plot non riesce continuamente a stare al passo col film, e alcune sottotrame si perdono senza far scaturire alcuna reazione, ritrovando forza quando la tensione cresce, ma deludendo con un finale che meritava ben altri colpi di scena. Accorgimenti rilevanti, ma all’interno di un debutto di tutto rispetto.

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