Goldrake e i manga apocalittici: retaggi della catastrofe atomica

di Beatrice Andreani

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Quando esce la prima puntata del cartone Goldrake, il 4 aprile del 1978, la società postbellica giapponese vive in pieno la crescita veloce e inarrestabile del settore tecnologico affiancato da un retaggio della paura di una imminente catastrofe, figlia in primis della bomba atomica. Nel dopoguerra i robot come Goldrake e Mazinga divengono il simbolo di un archetipo nipponico: il sacrificio di molti per il raggiungimento di un obiettivo. Il ruolo storico rivestito dall’imperatore veniva in qualche modo sostituito dal ruolo del popolo.

Il progresso tecnologico ha ispirato scenografie di film come Blade Runner, in cui, non a caso, è Tokyo e non altre città occidentali ad ispirarne l’assetto urbanistico. Dagli anni ’90 in poi la tecnologia ha cominciato ad essere vissuta come un motivo di alienazione e isolamento, si pensi alla serie Neon genesis avangelion (il padre del protagonista crea un robot per difendere il Paese e questo lo porta ad abbandonare il figlio per anni).

Goldrake Out Out Magazine (1).pngVincenzo Filosa, fumettista e traduttore di maestri del manga, spiega l’evidente parallelismo esistente tra la storia giapponese e la storia italiana del dopoguerra: “Entrambe hanno vissuto l’occupazione, la colonizzazione culturale americana e una ricostruzione veloce e traumatica”.

Il Giappone reagì al disastro bellico con una sostanziale rivoluzione: “Gli americani prima sganciarono le due bombe atomiche, poi occuparono il Paese fino al 1952 e infine obbligarono l’imperatore Hirohito a rinunciare alla sua natura divina. Tutto questo, inevitabilmente, si riflette nella cultura nipponica”.

Goldrake assume sfumature tradizionali in una lotta costante tra forze del bene e forze del male. E non è di certo l’unico a riassumere in sé la potenza che sprigionano le armi nucleari. C’è Godzilla,  c’è Kenshiro (personaggio che si muove proprio in un futuro apocalittico post-atomico), poi c’è Mazinga Zeta e così via. Come spiega Filosa: “Si tratta di tutti personaggi che non avrebbero potuto nascere prima della bomba atomica, perché l’idea di apocalisse, di fine del mondo, nella cultura giapponese, non esiste”. Lo shintoismo, religione tradizionale del Giappone, non contempla l’idea di finitudine del mondo: “Gli spiriti (kami) abitano ogni cosa, dalle piante agli animali. Tutto è un fluire, un cambiamento costante in cui nessuna energia si disperde” (è nel film d’animazione La città incantata (2001) di Miyazaki in cui si può ritrovare questo panteismo). Continua Filosa: “Il merito di aver recuperato kami, leggedene e divinità dello shintoismo verso gli anni ’60, nel pieno del monopolio americano, è del fumettista Shigeru Mizuki.”

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