Oscar Wilde e Rupert Everett: due facce della stessa medaglia

di Nicolò Palmieri

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Dimenticate gli aforismi pungenti ed elevati di Oscar Wilde, che fanno la fortuna dei bigliettini di San Valentino o degli stati da social network.

The Happy Prince mette in scena, senza alcun filtro, l’ultima parte di vita del poeta irlandese più importante di sempre. E il ritratto finale che ne emerge, è quello di un uomo costantemente attaccato alla vita, con una grande dedizione per l’amore (verso se stesso prima ancora che verso gli altri), ma con pretese, troppo elevate per il tempo in cui vive, che lo conducono all’autodistruzione. Rupert Everett ce l’ha fatta.

Dopo aver interpretato con successo Oscar Wilde nei teatri londinesi del West End, in The Judas Kiss, l’attore britannico è riuscito a trasportare la figura del dandy per eccellenza sul grande schermo, e il risultato è un sincero atto di devozione verso colui che ha influenzato artisti su artisti, omosessuali e non, tra i quali lo stesso Everett.

Nel 2009 l’attore aveva già finito di scrivere la sceneggiatura e di formare i primi grandi nomi del cast, ma ha dovuto aspettare fino al 2015 per vedersi garantito un appoggio economico, e per calarsi per la prima volta nei panni di regista. E possiamo dire tranquillamente che è valsa la pena di aspettare, per poter assistere a un’opera che lega indissolubilmente il creatore con il suo personaggio, in una specie di dejà vu artistico.

Everett, infatti, sembra ripercorrere tutte le difficoltà della sua carriera in questo film: dalla discriminazione omofoba degli anni ’70 in Gran Bretagna (essere gay era diventato legale nel ’68) al coming out negli anni ’80, dal conseguente allontanamento da Hollywood, passando per i molteplici ruoli dell’amico gay che gli venivano offerti di continuo, fino alla scomparsa dai grandi set.

E’ evidente che il neoregista avesse in mente da parecchio la biografia in questione, atta a mostrare un racconto “umano, e non iconico”. Ed è da questo punto di partenza che la storia si muove.

Everett ci mostra il declino di un mito, partendo a ritroso dall’uscita di prigione di Oscar Wilde, condannato a due anni di prigione per la sua omosessualità. Una volta uscito, il poeta non sembra più esser lo stesso di prima. Però ci prova, aggrappandosi con tutte le sue forze ai ricordi malinconici di tempi migliori.Assistiamo dunque, durante tutto il film, a una serie di flashback sulle parti più importanti del nuovo e decadente Oscar Wilde, obbligato ad un esilio senza pausa, da una città all’altra, in cerca di amici, amanti e qualche vecchio fan.

Il film si costruisce in maniera circolare, iniziando e tornando sempre a Parigi, la città che ha ormai adottato il poeta. Nel mezzo, però, ci sono anni di giri senza meta, accompagnato dai pochi amici rimasti, dal cui sostegno economico Wilde dipende, e da nomi fittizi per non tradirsi: dalle bettole umide di Parigi agli hotel sul mare della costa francese, fino ad arrivare a Napoli, con tanto di vista mozzafiato sul Vesuvio, in una fuga e ricerca allo stesso tempo di se stesso (con echi di Neruda di recente memoria), di quello che era e che non potrà più essere, con salti avanti e indietro che corrispondono all’avanzare della sua malattia e dei suoi deliri poetici.

In questi ultimi anni cupi e tormentati, Wilde riesce ancora ad aggrapparsi a qualche frammento di realtà, grazie ai suoi ultimi amici devoti, ovviamente tutti personaggi maschili. Dopo la prigione, infatti, il mondo del drammaturgo diventa un circondario di uomini, da cui egli pretende amore incondizionato, riuscendo solo in parte a ricambiare.

Vediamo così passare in rassegna i volti più importanti della sua vita: il grande amico, giornalista e scrittore Reggie Turner (un pacato Colin Firth con i baffi), incapace di riportare alla realtà un uomo perso nel vizio; l’amato ed egocentrico Bosie Douglas (nota di merito per Colin Morgan), il bellissimo giovane che gli fece perdere la testa, e il cui padre segnò la sua condanna, a cui Oscar proprio non riesce a dire di no; e infine Robbie Ross (un ottimo Edwin Tomas), critico letterario che cerca di lenire sinceramente le ferite del poeta, ma il cui unico difetto è quello di non essere Bosie.

In questo turbine di passioni tutte al maschile, in cui Wilde sguazza con egoistica passione (“Lui mi ama in un modo che tu non potrai mai capire” è la duplice battuta che riserva a entrambi i suoi amanti, Bosie e Ross), c’è anche spazio per i rimpianti del passato, racchiusi nelle figure della moglie Constance (un’oscura Emily Watson) e dei due figli, trattati più come fantasmi di una mente delirante che come persone in carne e ossa.

Infine, al centro di tutto, c’è il pesante volto di un uomo che è stato trovato dalla vecchiaia, dalla malattia e, soprattutto, dall’umiliazione, ma che si rifiuta ostinato di cadere  in ginocchio.

Il Wilde di Everett è un “vagabondo della letteratura”, che vaga per i boulevard parigini in cerca di qualche soldo per bere, un relitto umano che però riesce ancora a catturare le simpatie dei più umili grazie alle sue doti da affabulatore, e che canta e decanta poesie non più su un palcoscenico, ma per strada e all’interno di sporche stamberghe.

L’ambientazione è quella di una suggestiva Belle Époque, ma lo stato d’animo non è quello gioioso e arguto del poeta che riceveva applausi scroscianti in teatro dall’ipocrita nobiltà londinese, bensì quello malinconico e solitario del genio rinnegato, ripudiato dall’ostracismo comune e preso a sputi in faccia dagli stessi che prima lo idolatravano. Per un personaggio che richiedeva così tante sfaccettature, serviva un attore adeguato. Ed è bello poter dire che Rupert Everett si è dimostrato all’altezza dell’incarico, interpretando con magnificenza quello che è sempre stato il suo idolo e fonte di ispirazione.

Caricato da un pesante trucco e contornato dall’iconica chioma nera (entrambi merito dei nostri Lugi Rocchetti e Francesco Pegoretti), appesantito da un fisico oltremodo ingombrante (rivestito dai costumi di Maurizio Millenotti e Gianni Casalnuovo), l’attore britannico esce dall’oblio, torna alla luce e ci regala una performance indimenticabile, donata con sincera passione e calibrata in ogni movimento, in ogni parola e in ogni sguardo.

Everett ha anche il merito di contornarsi di un cast eccezionale, affidando a ognuno dei suoi colleghi ruoli chiave che però non intralcino la vera storia: Oscar Wilde stesso. Inoltre, senza smettere di sorprendere, confeziona il tutto con una regia che non sembra minimamente d’esordio.

Ispirandosi, come egli stesso ha confessato, a Luchino Visconti, Everett è riuscito a regalare inquadrature di cui il film aveva estremo bisogno, come nei momenti più estasianti dell’esilio, dove i paesaggi e i locali richiamano situazioni pittoriche di Monet e di Toulouse-Lautrec, senza avere paura di abbandonarle per preferire la macchina a mano quando c’era bisogno di seguire il protagonista all’interno di vicoli malsani e di interni poco illuminati.

Alla fine, i titoli di coda risultano una consolante celebrazione, informandoci che la figura di Wilde è stata riabilitata nel 2017, e il sorriso di Everett/Wilde ci conduce in una giostra festosa che non accenna a finire, perché probabilmente “si tratta di un sogno”.

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