Il Cratere, quando la voglia di riscattarsi diventa ossessione

di Cristina Cuccuru

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Il successo, le luci della ribalta, la fama. Tutti elementi a cui molte persone aspirano come obiettivo personale, ma per molti è sopravvivenza, la speranza di una rivalsa verso un destino di sofferenza.

Questo è ciò che Rosario, un venditore ambulante alle fiere, vuole per la sua famiglia, un futuro migliore garantito dal talento della figlia Sharon, tredicenne bella e dotata, con una passione per il canto neomelodico. Rosario decide di assumersi il ruolo di coach per la figlia, facendole fare gli esercizi per le corde vocali e racimolando i soldi per la sala di registrazione; pian piano tutto ciò però si trasformerà per lui in una ossessione, esasperata dalla ribellione della ragazza guidata dalla voglia di vivere come i suoi coetanei, dal semplice giocare a palla o guardare la tv.

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Un lavoro impegnativo per Luca Bellino e Silvia Luzi, produttori e registi, nonché sceneggiatori de Il Cratere, presentato alla Settimana della Critica della 74esima Mostra Internazionale del Cinema di Venezia ed in seguito premiato lo scorso anno al Tokyo International Film Festival con il Premio Speciale della Giuria. I due documentaristi sono alla loro prima esperienza nella finzione cinematografica.

L’intrusività dei primissimi piani della telecamera fa entrare lo spettatore in prima persona, quasi in modo soffocante, nell’ossessione del protagonista, e l’alternanza della messa a fuoco permette di percepire l’instabilità del sottile equilibrio che regola il rapporto tra padre e figlia. L’utilizzo della presa diretta rende tutto più reale, quasi come un documentario, avvalorato anche dal fatto che Rosario e Sharon Caroccia sono realmente imparentati. Con questo film i due hanno deciso di sconvolgere e reinterpretare la loro storia e cimentarsi per la prima volta nella recitazione.

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La riflessione su diversi fronti nasce spontanea ma i dubbi che emergono sono tanti, probabilmente a causa delle caratteristiche delle riprese, sopracitate, che spesso rendono le scene interminabili agli occhi del pubblico e tolgono spazio ad alcuni necessari approfondimenti che potrebbero offrire la giusta chiave di lettura della storia. Abbastanza chiaro è il percorso di Rosario ma meno quello di Sharon, la cui evoluzione manca di qualche passaggio, rendendo quasi casuale (seppur bellissimo e pregno di emotività), il momento in cui la sofferenza della ragazza raggiunge il suo apice.

Un esperimento interessante ma che sente la mancanza di una presa in carico totale e del coraggio di correre dei rischi nel portare in scena un tema che può essere affrontato secondo innumerevoli punti di vista. Il restare oltre i confini si riconferma quindi come una costante pecca del cinema italiano, produzioni indipendenti comprese.

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