Un bel sole interiore: l’agonia amorosa di una splendida cinquantenne

di Nicolò Palmieri

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Una bella donna di mezza età, divorziata e con una figlia che non vede quasi mai, passa di uomo in uomo, cercando di raggiungere il vero amore, ma trovando unicamente delusioni, sullo sfondo di una Parigi intellettuale e movimentata.

E’ questa la sintesi de L’amore secondo Isabelle (titolo italiano che non rispecchia in alcun modo l’originale Un beau soleil intérieur), che segna il ritorno a Cannes della regista Claire Denis.

Il film ci catapulta senza preamboli all’interno del turbinio sentimentale di una donna che si sforza di comandare la rotta della sua vita, ma che alla fine si ritrova sempre in balìa delle decisioni altrui (vale a dire delle decisioni maschili), senza riuscire a dissimulare l’inesorabile ticchettio del tempo.

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Durante tutti i 90 minuti di pellicola, assistiamo inermi a un errore dietro l’altro della protagonista, che si butta a capofitto in ogni storia nuova che incontra per strada, accorgendosi che non sarà quella giusta, ma vivendola comunque con tutta la passione che ha da offrire.

Ed è proprio questa l’agonia che vive Isabelle, in un cammino autodistruttivo: la speranza dell’amore, l’attesa dello stesso e infine, inesorabilmente, la delusione.

Prova a realizzare la sua felicità con un burbero banchiere sposato, che l’unica certezza che le dà è quella che non lascerà mai la moglie, con un affascinante attore, perfino con un uomo conosciuto per caso, lontano dalle sue solite frequentazioni di galleristi d’arte snob.

Alla fine, la dolce protagonista si ritroverà ad essere un burattino nelle avide mani di uomini che non hanno da offrirle alcun risvolto positivo, e che non sanno avere un discorso con lei se non di carattere sessuale.

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Gli unici sbalzi di lucidità che Isabelle dimostra di avere sono quando si concede al ritorno dell’ex marito, padre di sua figlia. Ma anche in questo caso la donna dimostra un’instabilità che non è concorde a nessuna figura maschile.

Per tutto il resto del film, dotato di dialoghi arguti ed ironici che rimandano a Woody Allen, di lunghe e irrequiete passeggiate tipiche del miglior cinema francese (la Denis ha cominciato come assistente di Jaques Rivette), si cova sempre la speranza di un lieto fine, ma Isabelle risulta a dir poco irritante nel non riuscire a trovare una qualsivoglia stabilità mentale prima ancora che fisica, e si dimostra quindi un personaggio veritiero che incarna tutti quei cinquantenni che si lasciano ancora andare alle passioni insensate, aggrappati alla speranza di una seconda giovinezza, senza proibirsi fantasie irrealizzabili.

Se il film vive di momenti (volutamente) ripetuti e di situazioni che tutto sommato non fanno vivere alla protagonista grandi cambiamenti di valore, vale la pena pazientare per assaporare un finale spiazzante, con un co-protagonista d’eccezione: Gérard Depardieu nella veste di un dolce medium, dalla cui bocca escono le battute più ispiratrici, che contengono un finale speranzoso per la bella protagonista.

I titoli di coda scorrono leggeri sulle sue parole e sul suo viso, che appaga più di tutti gli altri volti maschili passati in rassegna.

Infine, la nota più importante: Juliette Binoche.

La gigantesca attrice Premio Oscar dona una straordinaria performance, vissuta tra cambi di registro repentini, con occhi dolci e un sorriso amaro che non accennano mai a spegnersi.

Soprattutto, la Binoche dona proprio se stessa, il suo corpo in primis, con il quale il film si apre letteralmente, e regala la visione di una splendida cinquantenne che non si arrende mai, di fronte a nulla e soprattutto di fronte a nessun uomo.

La regia lenta e calibrata della Denis la accompagna nelle sue esperienze, nei suoi risvegli e nelle sue passioni, esplorando i suoi capelli, le minigonne e gli stivali, conferendole un’aura di malinconica sensualità, e cercando di regalarle, come ultima consolazione, un bel sole interiore.

 

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