All’altezza del 38° parallelo: Il prigioniero coreano

di Laura Pozzi

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Presentato nella sezione “Cinema nel giardino” della mostra di Venezia 2016, dal 12 aprile arriva sugli schermi italiani distribuito dalla Tucker Film Il prigioniero coreano, attesissimo ritorno di Kim Ki-Duk uno tra i più noti registi orientali in Occidente.

Dopo le ultime prove non proprio convincenti l’autore realizza un dramma solido e politico, necessario a far luce su una situazione e una realtà che seppur distante da noi geograficamente siamo obbligati, tra bombardamenti mediatici di ogni tipo, a vivere costantemente sulla nostra pelle. La Corea del Nord negli ultimi tempi grazie ai deliri di onnipotenza inscenati da Kim Joun-un si è trovata nell’occhio del ciclone contribuendo a creare quel clima di terrore ed incertezza che oramai fa parte del nostro DNA.

Durante il concitato scambio di accuse tra il dittatore nordcoreano e Donald Trump si è ipotizzato spesso il più temibile degli scenari, quella terza guerra mondiale capace di far rabbrividire al solo pensiero. Fortunatamente a tutt’oggi abbiamo assistito solo a  un logorante e sterile conflitto verbale, basato più su un’ improbabile legge del più forte che su concrete motivazioni politiche, lasciando da parte la reale e duplice situazione vissuta da un Paese diviso e in perenne stato di allarme. Con la sconfitta del Giappone avvenuta durante la seconda guerra mondiale, la penisola coreana (sotto il suo dominio per ben 35 anni) viene divisa in due aree di occupazione (russa a Nord, americana a Sud) all’altezza del 38° parallelo.

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Dopo una guerra durata tre anni e dopo l’avvio  di fallimentari tentativi diplomatici per risolvere la spinosa questione la situazione è rimasta praticamente immutata. Kim Ki-Duk attraverso la storia di Nam Chul-woo, (uno straordinario Ryoo Seung-bum) umile pescatore che durante una fredda mattina d’inverno si trova con la sua barca a sconfinare involontariamente nella zona nemica, ci rende partecipi e consapevoli testimoni di una realtà invisibile conosciuta solo in parte, raccontando una storia collettiva attraverso la sfortunata vicenda di un singolo individuo. Una vera e propria odissea quella vissuta dal suo protagonista interessato solo a tornare a casa dalla moglie e dalla figlioletta e che invece per un banale guasto al motore si trova imprigionato in una gogna mortale. Rinunciando al lirismo e alle tinte forti elementi imprescindibili della sua produzione artistica il regista sposa la grammatica del thriller sviluppando e moltiplicando il tema del doppio, optando per una messinscena schematica e a tratti didascalica, ma finalizzata a non tralasciare il minimo dettaglio per rendere al meglio l’assurdo paradosso che caratterizza una parte di mondo lontana e sconosciuta.

Accusato dalle forze sudcoreane di essere una spia,  il povero Nam Chul-woo oltre a subire mortificazioni fisiche e verbali avrà modo di aprire gli occhi su un mondo nuovo, moderno dove regnano apparentemente benessere e tranquillità, lontano anni luce dal suo sperduto villaggio.  I fugaci incontri avvenuti per le strade della democratica Seoul gli faranno acquisire nuova consapevolezza su quell’inferno capitalistico che lo vuole inutilmente tentare. Ma la sua lealtà verso un regime duro e spietato come quello nordcoreano non troverà la giusta ricompensa una volta tornato a casa perché il suo calvario vivrà una seconda giovinezza grazie ai potenti a cui ha giurato eterna fedeltà. Kim Ki-Duk, realizza un film duro, scomodo nel quale non teme di mettere a confronto due diverse ideologie proiettate seppur in modo differente al controllo dell’individuo e alla subdola manipolazione della libertà individuale. Come dimostra il potente e disperato grido finale di Nam Chul-woo l’uomo costretto a vivere due volte, capace con un gesto estremo di riappropriarsi di quella dignità ingiustamente vilipesa.

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