Pietro Germi e la grandezza del cinema italiano in scena al Cinema Spazio Oberdan di Milano

di Laura Pozzi

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Regista e attore mai abbastanza celebrato, Pietro Germi è protagonista in questi giorni (28 marzo-8 aprile) di un interessante rassegna al Cinema Spazio Oberdan di Milano. L’omaggio realizzato dalla Fondazione Cineteca Italiana propone la riscoperta di dieci lungometraggi scelti tra i maggiori successi della sua filmografia.

Fra i titoli selezionati troviamo: Il testimone (1945), In nome della legge (1948), Il cammino della speranza (1950), La presidentessa (1952), Il ferroviere (1955), L’uomo di paglia (1957), Un maledetto imbroglio (1959), Divorzio all’italiana (1961), Sedotta e abbandonata (1963), Signore e Signori (1965). L’importante iniziativa, oltre a ricordare un autore scomparso più di quarant’anni fa (il 5 dicembre 1974) si prefigge lo scopo di divulgare l’opera di un cineasta sempre attuale, figura di spicco e vero punto di  riferimento per la nostra cinematografia. Germi nasce a Genova nel 1914 per trasferirsi in seguito a Roma dove frequenta i corsi di regia tenuti da Alessandro Blasetti al Centro Sperimentale di Cinematografia Italiana.

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Intraprende il suo percorso artistico recitando in Retroscena (1939) sempre di Blasetti dove veste anche i panni di co-sceneggiatore. L’esordio alla regia avviene nel 1945 con Il testimone notevole giallo psicologico, vero precursore di un genere che si affermerà negli anni successivi, in piena controtendenza rispetto al neorealismo filone di maggior successo del periodo. Audace sperimentatore sempre al passo coi  tempi ne In nome della legge affronta lo spinoso tema della mafia, ricevendo un Nastro d’argento speciale che lo consacra finalmente autore. Il successo internazionale arriva con Il cammino della speranza, dramma di matrice neorealista presentato in concorso al Festival di Cannes e vincitore dell’ Orso d’argento a Berlino. Pur essendo un uomo del Nord, Germi coltiva nel corso della sua vita un profondo sentimento di amore e odio nei confronti del Sud e dei suoi abitanti che se da una parte ammira per le loro innate qualità, dall’altra critica per il loro modo di non riuscire ad emanciparsi da arretrate convinzioni secolari mascherate da ipocrisia e conformismo, figlie di una società priva di autentici valori.

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La sua critica sferzante raggiunge l’apice e dà un’inaspettata svolta alla sua carriera dopo aver convinto gran parte della critica con uno dei miglior polizieschi italiani di tutti i tempi: Un maledetto imbroglio. E’ da qui in poi che inizia a girare commedie grottesche e indimenticabili come Divorzio all’italiana con uno strepitoso Marcello Mastroianni nei panni del barone Cefalù. Il film oltre ad ricevere prestigiosi riconoscimenti ottiene l’Oscar per la miglior sceneggiatura originale e due candidature per la miglior regia e migliore attore protagonista. Altro meritato trionfo è datato 1965 quando con Signore e Signori si aggiudica la Palma d’Oro al Festival di Cannes, ex equo con Un uomo, una donna di Claude Lelouch. Non resta che augurare buona visione e buon cinema (italiano) a tutti!

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