Quanto basta: ovvero l’incapacità tipicamente italiana di non spingersi oltre

di Laura Pozzi

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Sindrome di Asperger e cucina un binomio apparentemente inconciliabile, che prende inaspettatamente forma in Quanto basta, nuova fatica cinematografica firmata da Francesco Falaschi, in uscita nelle sale il 5 aprile distribuito dalla Notorious Pictures con il patrocinio del Touring Club Italiano.

Il regista già autore nel 2003 dell’intrigante Emma sono io (suo film d’esordio) storia incentrata su una giovane affetta da ipomania, torna su un tema, quello della neurodiversità, a lui particolarmente congeniale inserendolo in un contesto atipico, ma ampiamente sfruttato in ambito cinematografico. Arturo (un Vinicio Marchioni che vorremmo vedere più spesso sul grande schermo) è uno chef incredibilmente dotato che fatica però a tenere sotto controllo la sua aggressività. Finito dentro per rissa, la pena da scontare consiste nel tenere un corso di cucina presso un centro per ragazzi autistici.

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Qui incontra Guido (uno straordinario Luigi Fedele), un giovane appassionato di arte culinaria con il quale in breve tempo instaurerà un rapporto alla pari basato su rispetto e fiducia reciproca. Legame ulteriormente rafforzato dalla presenza decisa e costante di Anna (una Valeria Solarino ingiustamente sacrificata in un ruolo lasciato un po’ in disparte) e da un insolito viaggio intrapreso senza troppa convinzione da Arturo, ma necessario a garantire la partecipazione di Guido ad un talent culinario. Diciamo subito che il film costellato da buone intenzioni e punteggiato da interessanti spunti narrativi, pesca il suo asso nella manica nell’inusuale, ma suadente alchimia trasmessa dai due protagonisti. Apparentemente agli antipodi Arturo e Guido non condividono solo la passione per i fornelli, ma una visione del mondo che rifugge cinismo e indifferenza, finendo inevitabilmente per collocarli ai margini della società.

Poco male perché grazie alle loro presunte “mancanze” e al loro disagio esistenziale, la storia intraprende un percorso a tratti originale a cui manca però l’affondo finale. Falaschi tiene a precisare come Quanto basta prescinda da qualsiasi classificazione (commedia d’incontri, feel good movie, buddy film) definendolo in primis un film di personaggi che non hanno paura delle emozioni e dei sentimenti positivi. Su questo non possiamo dissentire, perché è innegabile che dal film traspiri un’armonia e uno stato di grazia rari, dovuti principalmente alle eccezionali interpretazioni degli attori. Non a caso la parte più riuscita è quella del viaggio, nel quale i due outsiders hanno modo di confrontarsi, lasciandosi andare a confessioni private. Il tutto reso ancor più significativo dagli splendidi paesaggi lunari della Val d’Orcia, complici nel rendere il film un piccolo gioiello scenografico.

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A non convincere e a sbilanciare la storia è il contorno, affidato ingenuamente a personaggi secondari figli di stereotipi e luoghi comuni, come Marinari (Nicola Siri), l’antagonista “stellato” di Arturo con il quale ha più di un conto in sospeso, lo stralunato e disilluso Celso (Alessandro Haber) saggio mentore a cui è affidato il compito di riconoscere i giusti meriti, fino al pittoresco Marione (il Mirko Frezza de Il più grande sogno) portatore sano di quella romanità estrema e verace di cui la nostra commedia sembra non poter più fare a meno. Il tema affrontato dal regista non è sicuramente tra i più agevoli, ma a Falaschi va comunque il merito di portare alla luce una realtà spesso dimenticata. Il tentativo di estrapolare la commedia italiana da quello schema fisso e collaudato che la priva di qualsiasi identità, almeno nelle intenzioni e nei contenuti risulta in parte riuscito. Quello che manca è il coraggio di osare, di andare oltre, di spingere quel pedale dell’acceleratore, capace di elevare il film al di sopra del semplice concetto di carineria.

E questo fa un po’ rabbia perché mai come in questo caso gli ingredienti per mettere a segno una zampata d’autore c’erano tutti. Invece Falaschi preferisce andare sul sicuro evitando lo scavo psicologico a favore di una leggerezza che non tarda a sconfinare nella superficialità. Ancora una volta il cinema italiano spreca una buona occasione facendo leva sui buoni sentimenti, capaci di accontentare tutti, mentre sarebbe auspicabile una volta tanto un pizzico di sana cattiveria, diciamo quanto basta.

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