The Silent Man. Terzo Atto: Deep Throat

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Così ironicamente avrebbe dovuto chiamarsi il nuovo film incentrato sullo scandalo Watergate The Silent Man, in arrivo nelle sale italiane il 12 Aprile, due mesi dopo The Post di Steven Spielberg e quasi quarantadue anni dopo All the President’s Men di Pakula.  Come anticipato dal titolo originale Mark Felt: The man who brought down the White House, protagonista della pellicola diretta dal giornalista e sceneggiatore Peter Landesman, non è il carismatico Bob Woodward interpretato da Robert Redford in Tutti gli uomini del presidente, ma il suo informatore, il vicedirettore dell’FBI Mark Felt.

Il film inizia quando l’era del temibile direttore dell’FBI J. Edgar Hoover finisce. Alla sua morte Mark Felt, all’epoca vicedirettore e braccio destro di Hoover, viene bypassato per assumere le redini dell’agenzia da Pat Gray, il cui legame con la Casa Bianca era più che noto.

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Nel momento in cui, a circa duecento giorni dalla riconferma presidenziale di Nixon, la campagna elettorale del presidente non risparmia un’intrusione nella sede del Partito Democratico all’interno del complesso residenziale Watergate, le indagini dell’FBI sullo scandalo iniziano ad essere ostacolate dalla presidenza.

The Silent Man segna un interessante cambio di prospettiva rispetto al suo fratello gemello, il cult di Alan J. Pakula, con la decisione di approfondire la figura di Felt, un uomo così abituato a conoscere le vite degli altri e a tenerle segrete che riuscì a non rivelare la sua identità di Gola Profonda, così ironicamente citato dal Post dopo la soffiata, per trent’anni, dopo aver sacrificato la sua carriera, la sua vita e la sua famiglia.

A dare voce e corpo all’integrità di Mark Felt è un intenso Liam Neeson, che quando abbandona i panni da macho e rinuncia alle interminabili corse sui treni fa sempre bene. Diane Lane lo segue con misura, e restituisce correttamente la figura di una donna fragile, segnata dall’assenza dell’amore e della considerazione famigliare sia da parte della figlia, fuggita di casa, che da parte del marito.

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Il cast di contorno è ottimo, dal Jonh Dean di Mcheal C. Hall al Patrick Gray di Marton Csokas, ognuno dei personaggi è fedelmente reso, ognuno ha una sua forma e la bidimensionalità che merita, senza contare il genuino stupore nell’assistere  aun timido e preoccupato Bob Woodward, lontano anni luce dalla visione di Redford.

Eppure, nella sua intera durata, nonostante il cast, nonostante il tema, al film manca qualcosa, non osa e sprofonda nel confronto con le due pellicole a lui precedenti.

The Silent Man non è Tutti gli uomini del presidente, ed era inutile aspettarselo, ma non è neanche The Post di Steven Spielberg. Manca sicuramente l’intensità del primo, la sua perfezione stilistica e l’attualizzazione del secondo. Manca il desiderio di elevare una discreta sceneggiatura dove l’azione è ridotta al minimo e i dialoghi al massimo, a un prodotto che sia effettivamente comunicativo.

Per quanto il film sia  ben confezionato, non va oltre le caratteristiche di genere e non rimane sulla pelle come i titoli precedentemente citati. Un peccato, visto e considerato che il materiale, nel bene e nel male, avrebbe trovato molti sbocchi d’attualità a cui aggrapparsi, soprattutto oggi. In conclusione, The Silent Man rimane un prodotto ben girato, con un cast di alto livello e una sceneggiatura al servizio della realtà che sta descrivendo. Si rimane però con l’amaro in bocca a fine proiezione, quando il pensiero non rimane su Felt ma scappa da Robert Redford, e forse anche un po’ da Meryl Streep.

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