Nessun manifesto a Wind River, Wyoming. Solo tanto silenzio

di Luca Ingravalle

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Wind River, riserva Indiana nel Wyoming. Il cacciatore Cory Lambert (Jeremy Renner) ritrova il corpo senza vita di una ragazza del posto abbandonato sulle montagne innevate della riserva.

In una caccia all’assassino non diversa da quella delle sue prede, Lambert decide di affiancare l’agente dell’FBI Jane Banner (Elizabeth Olsen) , risoluta ad andare oltre il rapporto delle autorità federali e trovare il responsabile della morte della ragazza.

Pensato da Taylor Sheridan come capitolo conclusivo della trilogia tematica da lui stesso ideata in veste di sceneggiatore, qui al suo debutto alla regia, con Sicario di Villenueve e la sorpresa Hell or High Water di David Mackenzie, I segreti di Wind River mantiene le promesse dei precedenti lavori tracciando da manuale un ritratto desolato e spregiudicato della moderna frontiera americana.

I segreti di Wind River Out Out Megazine 3.jpegE’ possibile individuare un denominatore comune che unisce le opere di Sheridan, questo suo procedere per forze dialettiche ma mai veramente in ascolto.

Se in Sicario la sua penna affrontava il sangue sparso sul suolo del confine statunitense/messicano, e ancora in Hell or High Water si parlava della più assurda delle dicotomie americane dettata dalle estreme condizioni di ricchezza e  povertà, al centro del nucleo narrativo de  I segreti di Wind River ritroviamo la perenne violazione commessa da chi non è in ascolto, in un gelido scenario dove chi ruba, oltraggia e saccheggia prevale su chi viene privato degli affetti, della propria terra e. di conseguenza, della propria vita.

Il film si articola sapientemente su due piani di medesima efficacia: laddove la matrice politica prende il sopravvento, I segreti di Wind River diventa manifesto di uno dei più grandi fallimenti dell’America di oggi, la gestione delle riserve dei nativi americani e la mancata considerazione dei suoi abitanti. Nel momento in cui la telecamera sposta l’obiettivo all’interno del cuore dei personaggi, l’opera di Sheridan diventa una riflessione profonda sull’elaborazione del dolore, sulla modalità con cui porvi fine , sulla vita e sulla volontà di viverla.

Promosso a pieni voti il debutto di Taylor Sheridan dietro la macchina da presa, premiato durante l’ultimo Festival di Cannes nella sezione Un Certain Regard per la Miglior Regia.

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La sua macchina da presa è sorprendentemente abile nel trasferire la desolazione del paesaggio nel cuore dei personaggi, creando un ponte evidente tra ciò che l’uomo è e dove l’uomo vive, mentre il suo lavoro sulla carta  restituisce perfettamente l’immagine di uno scenario ostile, dove le azioni dell’uomo sono più nocive di qualsiasi tumore, di qualsiasi bestia.

Ci troviamo di fronte a una sceneggiatura sopraffina per la specificità dei dettagli e l’umanità delle sue parole.

Il cast è di primo ordine. Elizabeth Olsen centra il bersaglio nel restituire verità al suo personaggio, una donna in un mondo di uomini, costretta a congelare la propria sopraffazione per restituire giustizia a chi l’ha persa.

Jeremy Renner mai così bilanciato e in parte. Il suo Cory Lambert è un concentrato di massima forza e profonda vulnerabilità, un uomo che fa eco alla Mildred Haze dei Tre Manifesti a Ebbing, Missouri nella sua ricerca disperata (e in questo caso rassegnata) di giustizia e mai di vendetta.

Una performance, la sua,  ingiustamente esclusa dalla stagione dei premi appena conclusa così come il film in generale.

I segreti di Wind River, dunque, stupisce nella sua semplicità. Se la trama è presto detta e la formula utilizzata non stravolge i canoni del genere, il taglio realistico della regia eleva questo film a un’attenta analisi della società americana, una riflessione sulla perdita delle proprie radici e le conseguenze di come sia vivere in luoghi dove non si è mai voluto vivere.

Un thriller ben confezionato che richiama intelligentemente capolavori del genere come Il silenzio degli innocenti ma anche il più recente Un gelido inverno di Debra Granik, e si muove bene tra i temi offerti dalla penna di Sheridan senza perderne di vista il principale: la violazione della donna,  del suo diritto di dire “no”, e l’intervento nullo da parte dello Stato e delle autorità federali per proteggerla.

“Mentre le statistiche sulle persone scomparse sono definite per ogni segmento della popolazione, non esistono statistiche per le donne native americane. Nessuno sa quante ne siano scomparse”.

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