Frankenstein di Mary Shelley: un tentativo di far luce, dove in realtà luce non c’è

di Cristina Peretti

frankenstein out out magazine 1.jpg

Compie duecento anni uno dei capolavori della letteratura inglese dell’ 800: Frankenstein. Una storia tragica, che analizza nel profondo i labirinti della psiche di un uomo, che per sfuggire alla solitudine, finisce con l’essere lui stesso il creatore del suo inferno personale.

1816: in una società profondamente scossa dalla diffusione delle teorie evoluzionistiche di Darwin, in cui l’uomo e tutta la realtà sensibile erano considerati sempre più il prodotto di fredde e meccaniche leggi scientifiche e matematiche, Mary Shelley, allora appena diciannovenne, durante un viaggio in Svizzera, ispirata dalle conversazioni con Lord Byron sul Galvanismo, inizia a lavorare al suo futuro capolavoro: Frankenstein, The Modern Prometeus,  richiamandosi all’eroe del mito che rubò il fuoco agli dei per donarlo agli uomini, facendo iniziare il loro processo di civilizzazione e per questo incatenato a una montagna e torturato.  

frankenstein out out magazine 2.jpg

Ben più di un romanzo, Frankenstein è la storia di un uomo che sfida i propri limiti, varca il confine tra possibile e impossibile e combatte contro l’incarnazione delle sue stesse paure. La creatura a cui dona la vita, infatti, altro non è che questo: la personificazione del suo inconscio, della sua parte irrazionale, che abbandonata e umiliata, sfida il suo creatore in un duello mortale. Victor Frankenstein, come l’uomo ottocentesco, fugge da se stesso, da quella parte del suo io che ribolle e non vuole essere dominata. In questa lotta tra emozione e intelletto nessuno vince: l’uomo non può vivere senza i suoi sentimenti e la sua immaginazione.

Mary Shelley non può non essere considerata una colonna portante della letteratura gotica inglese, prima di Poe, di Stevenson e di Wells. Eccezionalmente introspettiva, ma ancora troppo giovane, quando inizia a scrivere Frankenstein non era ancora consapevole di ciò che stava creando. È solo nel 1831, quando pubblica la seconda edizione, versione completa e ufficiale, dopo la prima del 1818, che sembra rendersi conto di cosa la storia significasse per se stessa e per il pubblico: “Come ho potuto, così giovane, arrivare a concepire, poi ampliare, un’idea tanto ripugnante?”. Come catapultata in un sogno, Mary racconta di essere stata travolta da un’ispirazione, che, spontaneamente, la guidò nella delineazione fisica e psicologica dei personaggi. Personaggi che hanno avuto un volto grazie agli adattamenti cinematografici di James Whale del 1931 con Boris Karloff, a quella di Kenneth Branagh del 1994 e alla parodia tragicamente comica di Mel Brooks del ’74.

frankenstein out out magazine 3.jpg

Leggendo la storia di Victor e della sua nemesi, si risveglia quella parte di noi, che da troppo tempo l’uomo contemporaneo, con le sue pretese di controllo razionale sulla realtà, cerca di soffocare. é il tentativo di Mary Shelley di dimostrare la reale impossibilità dell’uomo di liberarsi dalle catene del buio e dell’irrazionale, che rende il suo romanzo un capolavoro senza età.

Rispondi