Ready Player One: il divertimento fatto Spielberg

di Nicolò Palmieri

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L’ultrasettantenne Steven Spielberg è stato protagonista, appena un mese fa, alla notte degli Oscar con The Post, uno dei suoi film più politici e civilmente impegnati di sempre. Il tempo di riprendere fiato, e arriva una nuova svolta, apparentemente opposta ai canoni “classici” definiti dal film con Tom Hanks e Meryl Streep.

Sbarca infatti nelle sale la sua ultimissima fatica, fulminea quasi quanto il ritmo che la contraddistingue, che ci fa rimanere ancora una volta a bocca aperta davanti alla magia del cinema, in particolar modo quel genere di cinema nostalgico di cui il cineasta di Cincinnati è padrone indiscusso.

Ready Player One è l’adattamento cinematografico dell’omonimo romanzo del 2010, scritto da Ernest Cline, qui in veste anche di co-autore della sceneggiatura. La trama è particolarmente semplice, sebbene rivestita di preziosi spunti originali. Nell’anno 2045, la Terra è ormai praticamente invivibile. La sovrappopolazione e l’inquinamento hanno reso le condizioni di vita stremanti, e la povertà dilaga fra le classi sociali più abbiette, relegate in vere e proprie favelas, e contrapposte all’unico polo sociale che si è arricchito, rappresentato da multinazionali senza scrupoli.

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Per sfuggire alla realtà, la stragrande maggioranza della popolazione si rifugia all’interno di OASIS, un intero universo virtuale, dove chiunque possiede un avatar da comandare, modellare e attraverso il quale vivere avventure che risulterebbero semplicemente impossibili nel mondo reale.

Il proprietario di questo gigantesco mondo-game, James Halliday (Mark Rylance), ha ideato un’incredibile gara, chiamata “Gioco di Anorak”  che, a partire dalla sua morte, aprirà la competizione fra ogni avatar per trovare tre chiavi, una per ogni sfida, e infine un Easter Egg (il premio finale) che renderà di fatto il vincitore il nuovo proprietario di OASIS, convertendolo così in uno degli uomini più potenti al mondo.

Inizia quindi la competizione che vedrà contrapposti Wade Watts alias Parzival (Tye Sheridan), aiutato da altri ragazzi appassionati del gioco come lui, e la spietata multinazionale IOI, gestita da un ex collaboratore di Halliday, deciso a prendere il controllo dell’universo virtuale.

Il film inizia con dei claustrofobici piani sequenza che inseguono il giovane protagonista all’interno di nauseabondi accalcamenti di abitazioni e rifiuti metallici, mostrandoci il deprimente e distopico futuro neanche troppo lontano da noi. Ma entriamo veramente nel vivo dell’esperienza quando la realtà lascia il posto al digitale, e veniamo così catapultati senza esitazioni in OASIS. Da questo momento, si attua una vera e propria “rivincita dei nerd”.

Wade, infatti, è un ragazzo cresciuto nel mito di Halliday, un genio dell’informatica divenuto col tempo una sorta di guru nostalgico, il cui unico intento era quello di rendere la sua creatura eccitante ed accessibile a tutti, così da poter conoscere nuova gente e vivere avventure incredibili che la realtà non avrebbe concesso: i collegamenti a Steve Jobs o a Mark Zuckerberg risultano immediati.

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Come Wade, o meglio come Parzival, il suo avatar in OASIS, tanti altri ragazzi (il solito “esercito di orfani” di Spielberg) seguono le orme di Halliday, imparando a memoria ogni dettaglio della sua vita per riuscire a completare il suo enigma. Così facendo, la trama ci svela la caratteristica principale e più divertente del film: i riferimenti alla cultura pop.

Halliday è infatti cresciuto negli anni ’80, e sin da giovanissimo era un accanito fruitore di videogiochi, di musica e di film. Ci serve quest’unico indizio per appoggiarci bene allo schienale della poltrona e goderci, non senza malinconiche risate, lo spettacolo che zio Steven mette in atto: un autentico frullato di citazioni cinematografiche, musicali e videoludiche degli anni ’70 e ’80.

Per buona parte del film, sembra quasi di avere il celebre regista come compagno di poltrona, che ci suggerisce titoli di film e scene spassose, e che si mette a ridere con noi, divertendosi come un matto.

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La grandiosa colonna sonora del passato, diretta non a caso da Alan Silvestri, ci accompagna in un “revival pop”: gare automobilistiche al cardiopalma sulla DeLorean di Marty McFly, attraverso le zampe di dinosauri e di King Kong, balli “fluttuanti” senza gravità che seguono i passi di Tony Manero, personaggi di videogiochi del passato che prendono vita e, ovviamente, un oceano immenso di citazioni e omaggi al cinema che lo stesso Spielberg ha contribuito a rendere indimenticabile, attribuendogli quell’aura di meraviglia e spettacolarità che ci fa credere che tutto sia possibile sul grande schermo.

In questo marasma di di riferimenti e indizi, Spielberg sembra divertirsi più che mai. La sua regia equivale a una corsa di 140 minuti sulle montagne russe, grazie a un uso semplicemente clamoroso della CGI.

Il cineasta combina il suo sapiente uso del cinema classico con l’adrenalinica visione dei videogiochi di oggi: il risultato sono scene spettacolari che rivoluzionano il concetto del digitale al cinema. In particolare, due scene impressionano e lasciano senza fiato durante la loro intera durata, e corrispondono entrambe alle prime due sfide lanciate dal creatore del gioco. La prima è l’imponente gara automobilistica già citata, un autentico capolavoro all’interno del film con cui il regista si diverte a sperimentare e perfino ad auto-citarsi.

La seconda, che solo a pensarci sembra folle, ci riporta letteralmente all’interno dell’Overlook Hotel, facendo rivivere per dieci minuti circa i personaggi di Shining, in un terrificante (ma divertentissimo) inseguimento verso la soluzione della prova.

Il cast è a sua volta notevole, e non sfigura nonostante le poche apparizioni di attori in carne ed ossa. Il giovane Thy Sheridan (The Tree of Life, X-Men – Apocalisse) incarna alla perfezione il prototipo di eroico orfano di Spielberg, che ricerca la giusta soluzione del mistero, confrontandosi con situazioni più grandi di lui, all’interno delle quali però riesce ovviamente a cavarsela meglio di chiunque.

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Al suo fianco troviamo Olivia Cooke, affascinante e sprezzante del pericolo, che conduce, tramite il suo avatar Art3mis, la ribellione contro i poteri forti dell’IOI. L’unica sbavatura dei loro personaggi riguarda il solito amore fulmineo che li colpisce, pur non conoscendo nemmeno le loro reciproche identità nella vita reale.

Il ruolo di Nolan Sorrento, avido amministratore delegato che punta al potere assoluto, è affidato all’ottimo e composto Ben Mendelsohn (Il cavaliere oscuro – Il ritorno, L’ora più buia), che appare sempre a suo agio nei panni dell’antagonista.

Infine, sembra essersi ormai consolidato il fortunato sodalizio tra Spielberg e il premio Oscar Mark Rylance (alla terza collaborazione dopo Il ponte delle spie e Il GGG), interprete ancora una volta del personaggio chiave: l’ideatore del gioco James Halliday.

Appartengono infatti a quest’ultimo i momenti più toccanti e umani della pellicola, e l’attore britannico è semplicemente perfetto nell’incarnare il nerd dai lunghi capelli, che anela nostalgicamente il passato ma dal cui genio viene costruito il futuro.

Alla fine, dopo tutto questo divertimento, il film vuole ovviamente trasmettere un importante messaggio, che giunge senza alcuna mediazione: “bisogna passare più tempo nella realtà”. Sono infatti queste le ultime parole del protagonista, e non è difficile scorgere tutta l’attualità che dirompe in questa frase, nonostante l’appello alla coscienza civile risulti piuttosto didascalico.

Ready Player One è sì un accattivante contenitore di puro cinema, ma è anche una cinica critica verso questa nuova società, in cui le persone passano più tempo davanti a uno schermo che nel mondo reale, ed in cui interagiscono unicamente con i loro amici virtuali, dei quali non conoscono nient’altro se non il nickname.

Quindi, come è comprensibile condividere il pensiero iniziale del film, “La realtà è deludente”, è altrettanto necessario rendersi conto, tramite le parole di Halliday stesso, che “La realtà è l’unica cosa che è reale”, perché non è poi così difficile immaginare un intero universo parallelo in cui presto vorremo tutti scappare.

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