In direzione ostinata e contraria: Petit Paysan

di Laura Pozzi

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Presentato a la Semaine de la Critique al Festival di Cannes 2017, Petit Paysan, film d’esordio del giovane Hubert Charuel ha continuato la sua trascinante marcia trionfale ottenendo vari premi al Festival du film francophone d’Angouleme e il Premio Foglia d’oro al Festival France Odeon a Firenze (consegnato a Roma in questi giorni). Gli spettatori avranno il piacere di vederlo nelle sale a partire dal 22 marzo.

Pierre (un ottimo Swann Arlaud) è un petit paysan (letteralmente giovane allevatore) di mucche, profondamente legato alla sua terra e ai suoi adorabili animali. Ragazzo introverso e non particolarmente ad agio con i propri simili, la sua è un’esistenza scandita da obblighi e rituali tipici della vita di campagna. L’unico rapporto, seppur conflittuale è quello con la sorella Pascale (Sara Giraudeau), veterinaria incaricata al controllo sanitario della regione. Le drammatiche notizie provenienti dal resto d’Europa sulla diffusione sempre più inarrestabile del “morbo della mucca pazza” e sulla discutibile risoluzione di abbattere intere mandrie colpite dall’epidemia mortale, porteranno Pierre a vestire i panni di un novello Don Chisciotte, impegnato a difendere una causa persa in partenza, ma necessaria alla sua crescita personale.

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La surreale scena iniziale in cui il giovane nel pieno fluttuare di una claustrofobica visione onirica si trova a stretto contatto con la presenza ingombrante dei suoi animali rivela da subito il tono originale adottato dal regista. La storia con chiari riferimenti autobiografici (Charuel proviene effettivamente da una famiglia di allevatori) risulta credibile e avvincente sia nell’accurata messa in scena intrisa di naturalismo nel descrivere una professione scelta e vissuta come vocazione, sia nella  parte più marcatamente noir dove il regista gioca abilmente con i codici del genere. Ci troviamo inevitabilmente davanti ad un film dalla doppia anima: la prima squisitamente idilliaca caratterizzata da un realismo lirico e da un’atmosfera calda e solare in cui Pierre mostra una simbiosi quasi ossessiva al limite della paranoia con le sue mucche, la seconda più sporca ed oscura tipica da thriller sociale dove la luminosità iniziale lascia spazio ad una luce industriale e artificiale.

Charuel riesce a fondere il tutto con ammirevole padronanza, facendo interagire ogni singolo elemento narrativo nel più totale equilibrio. Se Pierre rappresenta inequivocabilmente il protagonista della storia, la mandria non è da meno. Quando il giovane decide di uccidere la sua prima vacca malata per salvare le altre, non si tratta semplicemente dell’ abbattimento di un animale, ma di un vero e proprio omicidio che Charuel grazie a sapienti soluzioni registiche fa percepire al pari di quello di un essere umano. Man mano che la storia procede la presenza delle mucche diventa per Pierre un peso sempre più insostenibile magnificamente evocato dall’uso di un obiettivo a focale corta, capace di renderle sullo schermo più mastodontiche ed invasive della realtà. La solitaria guerra in direzione ostinata e contraria che suo malgrado è costretto ad intraprendere non decreterà alla fine nessun vincitore e  la sua inevitabile resa non rappresenterà una sconfitta, ma una dolorosa e consapevole presa di coscienza sull’ineluttabilità degli eventi.

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Ecco perché è possibile scorgere nel finale lasciato deliberatamente aperto quel labile filo di speranza che lascia comunque intravedere una piccola vittoria del suo impavido protagonista. Il film ha tra l’altro il merito di mettere il dito nella piaga su problematiche drammaticamente attuali e scottanti come quella dei mancati sussidi previsti per gli allevatori vittime dell’epidemia che da un giorno all’altro hanno dovuto rinunciare al lavoro di una vita. Ma ciò che rende Petit Paysan un film speciale e un piccolo gioiello capace di emozionare come pochi è l’incredibile empatia mostrata nel rapporto sociale tra uomo e animale. Nonostante la storia sia ambientata in un allevamento, le immagini filmate dal regista non sono mai crude ed angoscianti, ma al contrario evidenziano e trasmettono con massimo rispetto e profonda lealtà un’affinità spesso distorta e sottovalutata. Per questo la salvaguardia di Pierre non è solo una questione d’indennizzo, ma è sopratutto il tentativo disperato di preservare il più a lungo possibile un legame esclusivo e necessario.

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