IL CIELO IN UNA STANZA… DEL MAGIC CASTLE INN.

di Roberta Lamonica

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Un senso di sbigottimento e il bisogno di restare fino alla fine, fino a che l’ultimo titolo di coda non sia passato bianco contro lo sfondo nero, fino a che il groppo alla gola non si sia iniziato a sciogliere, fino a che l’esperienza non abbia in qualche modo trovato il proprio posto dentro di te. Ci vuole tempo per mettere ordine nelle emozioni, soprattutto quando queste si presentano tumultuose e inaspettate.

Eh sì, perché quando mi siedo, in ritardo, per vedere The Florida Project (Sean Baker, 2017), le luci sono già spente e i colori sgargianti dei vestiti colorati di un bimbo che chiama a gran voce i suoi due amichetti saturano lo schermo. E poi loro si allontanano correndo… e poi un muro viola si riempie dei titoli di testa e ‘Celebration’ dei Cool and The Gang copre di energia e vitalità ogni altro suono. E poi…

Wim Wenders sui bambini nel cinema: “Mi sembra che se dovessi parlare dell’immagine che ho dell’infanzia tradirei, già dal principio, ciò che mi aspetto da un bambino, quello che non hanno ancora perduto. Il loro sguardo, la loro capacità di osservare il mondo senza necessariamente averne un’opinione immediata o trarne delle conclusioni. Il loro modo di guardare corrisponde allo stato di grazia per un cineasta. È quello che dovrei attendermi da un bambino, questa apertura”.

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Moonie (Brooklynn Kimberly Prince), Scooty (Christopher Rivera) e Jancey (Valeria Cotto), rappresentano questo sguardo sul mondo. Lontani dall’infanzia che rinnega se stessa come ne L’Infanzia di Ivan di Tarkovskji o da quella sconvolta nello spazio di uno sguardo come per Antoine ne I quattrocento colpi di Truffaut, i bambini di The Florida Project sono bambini…bambini. Sono terribili, i Little Rascals dei nostri tempi, senza regole, senza controllo, senza schemi. Con la mdp alla loro altezza, con il loro punto di vista sempre in mente, Sean Baker ce li mostra mentre corrono felici tra costruzioni coloratissime, negozi di souvenir con insegne dalle forme più fantasiose e mentre fanno tutto ciò che passa loro per la testa: sputare sulle automobili, tirare sassi sulle finestre di case abbandonate e lanciare oggetti dalle scale; appiccare incendi e insultare gli adulti.

Ma sono felici, questi bambini. Abitano vicino al grande ‘Progetto Florida’, a Orlando, in edifici che si chiamano Magic Castle e FutureLand, dipinti a tinte vivaci, sempre in fermento, con amici che partono e gli lasciano i loro giocattoli, con vecchie cowgirls truccatissime che prendono il sole in piscina in topless, con elicotteri che si alzano in volo e che si possono ‘salutare’.

“Al di là dell’arcobaleno c’è uno gnomo che nasconde un grosso tesoro e non lo lascerà prendere a nessuno”, racconta Jancey. “Andiamo e picchiamolo!”, esclama Moonie, 7 anni di energia e autodeterminazione. “Guarda dove ti ho portato… in un safari!”, di nuovo Moonie, indicando a Jancey delle mucche in un prato. E ancora: “Sai che qui ci sono gli alligatori?” “Se ne avessi uno lo chiamerei Anne”. Bambini normali, con tanta fantasia, e un mondo che costruiscono a loro misura giorno dopo giorno.

E poi c’è quella frase. “Questo è il mio albero preferito, perché anche se tutto storto, continua a crescere”. E tutti i colori che hanno accecato lo spettatore fin qui, improvvisamente sfumano e si comincia a Vedere. Si comincia a vedere che quelle insegne fantasiose sono polverose, decadenti e dismesse; che quelle case coloratissime dai nomi fiabeschi sono in realtà dei motel a basso costo dove gli ultimi fra gli ultimi, gente con il sussidio, con un passato di droga e prostituzione, ‘the scum of the Earth”, insomma, fissano la loro residenza temporanea al costo di 38 dollari a notte.

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Si comincia a vedere perché quei bellissimi bambini si comportino come dei teppisti in erba. Moonie vive con una mamma poco più che ventenne, un cartone animato giapponese dai capelli azzurri, il corpo esile e nervoso, qualche dipendenza e più di qualche instabilità. In un inevitabile gioco di rispecchiamento Moonie ne assume gli scatti di ira, i modi volgari e incontrollati ma anche una fiducia, troppo spesso tradita, troppo spesso mal riposta nella verità dei rapporti umani. Jancey, abbandonata dalla madre, vive affidata alla nonna, con la sorella in una stanza sporca e caotica di Futureland. Piccola fatina dai capelli fiammanti, sarà il Fuoco purificatore che offrirà a Moonie una via di fuga dall’orrore del suo destino. Scooty è un bimbo innocente e il gregario del gruppo. Legato alla sua amica da affetto profondo, è affidato a Halley (Bria Vinaite), madre di Moonie, per gran parte della giornata perché sua madre Ashley lavora senza sosta in un diner poco distante e sarà inconsapevole causa della rapida spirale eventi che porteranno alla conclusione del film.

Tutto il movimento che c’è in quel castello viola è un Limbo di ‘anime prave’, destinate a correre dietro un’insegna che qui significa resilienza, reciproco supporto o tradimento, sopravvivenza.

E il Caronte che traghetta queste anime infelici ha le sembianze di un building manager, del portiere dello stabile dove vivono questi miserabili. Bobby, (William Defoe nel suo ruolo migliore) conduce un’esistenza mite, segnata dall’Umanità con cui si confronta quotidianamente; è privato della propria sfera personale, al servizio di quei bambini che scaccia come moscerini ma che protegge come una leonessa in un branco. A Bobby viene chiesto di tenere la povertà sempre sul retro. Il proprietario dello stabile vuole che il furgone che distribuisce il pane gratis ai derelitti che abitano ‘the purple building’ si sposti sul retro, così che nessuno veda e nessuno sappia. Bobby è ovunque: dietro le telecamere di sicurezza o sulle scale della struttura. Bobby copre, nasconde, denuncia e sostiene. Tutto con equilibrio e fermezza. Non abbiamo un reale insight nello stato d’animo di Bobby fino alla scena topica in cui, sempre sul retro della struttura, comunica a una donna che sta facendo il bucato che le macchine lavatrici saranno riparate al più presto. Non gli ha chiesto nulla, né si è lamentata, quella donna. Ma lui ha bisogno di tenere a bada le emozioni che in quel momento stanno prendendo il sopravvento dentro di sé, ha bisogno più che mai di essere il ruolo che ricopre.

The Florida Project è un film che mette l’accento sul fallimento delle politiche sociali e familiari e sul fallimento di un progetto che avrebbe voluto portare i suoi figli nel futuro di razzi e innovazione e che invece li trascina inesorabilmente in una spirale di bisogno e solitudine. La sua struttura episodica sembra voler esprimere la difficoltà di trovare un fil rouge nella vita squallida di questa gente cui era stata promessa espansione e incremento dell’economia e che invece si ritrova a vivere di niente, nel desiderio di una fuga dalla realtà che stordisca e lenisca l’angoscia. Niente ‘Progetto Forida’, niente investimenti, solo spazi di desolazione e povertà. E’ un film neorealista, The Florida Project, in cui la distinzione tra adulti e bambini, tra grandi e piccoli è molto sottile. Per risollevarsi dalla miseria tutti devono contribuire e anche il più piccolo può diventare un tassello fondamentale per sostenere la famiglia, anche se sembra un gioco. E’ un film che trova il suo centro visivo nella grande arancia che simboleggia la ‘Sunny Florida’ che di solare, per chi vive così, ha davvero poco. Le vite di Moonie, Ecate primigenia, e Halley con la sua pelle diafana e i suoi capelli azzurri, sono molto più vicine al mondo indistinto della notte, al buio che copre con il suo mantello tutti i dolori, tutte le paure, tutto il male. Il blu che segnava la vita di Chiron in Moonlight, il blu della tristezza e delle lacrime.

I turisti (pochi ormai, a dire il vero) che spendono tanto denaro per un giro in elicottero, che vanno a letto con le ragazzine mentre moglie e figli dormono in stanze lussuose nel ‘mondo della magia’, nulla sanno della tragedia che colpisce le persone che vivono ai margini, in mano ai servizi sociali e che escogitano qualunque mezzo solo per potercela fare. Ed è l’elicottero dei turisti, è l’albergo davanti al quale Halley e Moonie avvicinano gli stessi per rifilargli profumi falsi, è la vasca da bagno in cui Moonie fa il bagno, troppo spesso, tra unicorni e bambole dai lunghi capelli, a fungere da scansione temporale, a segnare il passaggio del tempo in un mondo altrimenti senza tempo, sospeso magicamente nei giochi di bimbi nella soffocante calura estiva di un’America che si accartoccia su se stessa.

Sean Baker è un regista che ama raccontare storie al limite. Ricordiamo Tangerine, girato interamente con un iphone, che racconta la storia di due trans attraverso l’America, o Starlet che racconta la storia di un’aspirante porno diva. Racconta un mondo, Sean Baker. E perché questo mondo non ha voce? Perché The Florida Project non ha trovato spazio nell’appena trascorsa edizione degli Academy Awards? Perché non si è trovato un modo per dare il giusto riconoscimento alle interpretazioni magistrali di Brooklyn Prince e Bria Vinaite? Perché non si è fatto un passo ulteriore verso al rinascita di Hollywood dando più rilievo al film più indie dell’anno? Forse perché la scena finale non è completamente azzeccata. Forse perché la struttura non è completamente organica. O forse perché ci sono minoranze che sono accettate cinematograficamente, minoranze di cui è lecito parlare e condividere le ambasce e minoranze cui non si ha ancora la forza, soprattutto politica, di dare voce. Tutta la voce che grida e trafigge, devasta e si riconosce nel pianto (finalmente) di bambina di Moonie in quella che, per chi scrive, è la scena finale del film, il crollo del ‘soffitto viola’,e la ricostruzione delle pareti intorno alla vita reale dei protagonisti.

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