Foxtrot: il destino in ballo

di Nicolò Palmieri

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Samuel Maoz torna a scrivere e dirigere un film otto anni dopo il grande successo di Lebanon, e lo fa affrontando gli stessi temi che da sempre gli sono cari, relegando stavolta un posto d’onore alla forza del destino.

Vincitore del Leone d’Argento all’ultima Mostra di Venezia, Foxtrot è un’emozionante messa in scena sulle conseguenze del caso, e su come un singolo errore umano possa innescare così tante reazioni da parte di chi ne è vittima e artefice al tempo stesso.

La vita di Michael e Dafna, un’agiata coppia israeliana, viene sconvolta quando degli ufficiali dell’esercito entrano a casa loro e nella loro esistenza annunciando la morte del figlio Jonathan, “caduto durante l’adempimento del proprio dovere”. I due cominciano una frenetica discesa verso la depressione, tra necrologi da scrivere e puntigliose procedure burocratiche da sbrigare, incalzati dall’ingombrante presenza dei soldati israeliani all’interno della loro casa. Quando poi viene smentita la notizia della morte, riportando un errore nel sistema dati, la tensione accumulata in Michael fino a quel momento esplode, innescando conseguenze che determineranno l’esito della storia e dell’intera famiglia.

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Questa è la sbrigativa sinossi del film, ma quello che le immagini e i dialoghi riportano in poco più di un’ora e mezza è un pesante carico emotivo che si inserisce lentamente dentro lo spettatore per non uscirne più. Strutturata come una tragedia greca, l’opera è divisa in tre atti, ognuno ambientato in una location propria, con i propri personaggi ed il proprio ritmo.

Il primo atto comincia senza preamboli con la brutale scoperta della morte del primogenito da parte dei genitori. Sin dalla prima scena si offre il duro impatto con il dolore, concentrato interamente negli intensi primi piani degli sguardi assenti e feriti del padre e della madre. Se non sentissimo le voci fuori campo dei soldati e dei familiari non avremmo alcuna percezione del mondo accanto a loro. Il senso di intrappolamento è ovunque, e come Michael diventiamo prigionieri di un elegante appartamento in cui la vita sembra sospesa, ed ogni emozione che non sia rabbia o sgomento lasciata fuori.

Il secondo atto ribalta invece la situazione precedente. La narrazione riprende il respiro grazie agli ammirevoli campi larghi, che immortalano la landa desolata occupata dal figlio Jonathan e da altri tre soldati, incaricati di presidiare una noiosa zona di confine dove non succede quasi mai nulla.

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Tra situazioni surreali, tra cui il ballo del soldato che consegna il titolo al film, richiami al cinema di Kusturica (in particolar modo Underground), e una critica antimilitarista neanche troppo velata in cui la guerra fa paura anche quando non è presente, il secondo atto inserisce al centro della storia l’altro grande punto chiave della pellicola: l’ironia. Si tratta di quell’ironia che va sempre a braccetto col destino, e Maoz la fa assaporare apparentemente senza motivo (come nelle scene del cammello unico passante al posto di blocco), ma ci vuole tempo per rendersi conto che tutto è collegato.

Infine, dopo il dolore e l’umorismo nero, il terzo atto ha il pregio di concludere con l’ottimismo. Si tratta sempre di un dramma da camera, consumato ancora una volta all’interno dell’abitazione dei due genitori, ma stavolta la chiusura del cerchio lascia intravedere una sorta di riconciliazione da parte di una famiglia che, dopo essersi frantumata in mille pezzi, sembra trovare la forza per riunirsi.

Se la storia è indubbiamente il tassello emotivo più potente dell’opera, grazie ad una sceneggiatura a prova di bomba, il resto del film è la cornice perfetta.

La regia di Maoz si prende i suoi tempi, ma è fluida e mai banale, non indugia troppo neanche quando sembra sul punto di auto-elogiarsi, attraverso piani sequenza artificiosi o ampie inquadrature al tramonto degne degli western più gloriosi. Alcune sequenze animate, oltre che di pregevole fattura, danno respiro e conforto alla narrazione, non senza un pizzico di irriverenza, anche riguardo a temi delicati come l’Olocausto.

Infine, se le emozioni si percepiscono e arrivano prepotenti allo spettatore è merito soprattutto di un cast in stato di grazia, in cima al quale si ergono i due interpreti principali, Lior Ashkenazi e Sarah Adler, semplicemente mostruosi nell’incarnare il dolore, la rabbia e la delusione per non essere riusciti a salvaguardare la sola cosa importante al mondo: i propri affetti.

I due attori sono in grado di comunicare col figlio e partecipare alle sue sofferenze pur senza stargli accanto: un figlio che cercano, ricordano, piangono, ma che non trovano mai fisicamente in nessuna inquadratura. Alla fine, obbligati dal destino a separarsi da un pezzo di vita, riescono a scorgere anche loro l’ironia della sorte: la loro esistenza è davvero simile al Foxtrot, perché alla fine del ballo, dopo tutti gli sforzi, si torna sempre al punto di partenza.

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