Aaron Sorkin arriva in sala con Molly’s Game

di Roberta Lamonica

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Il prossimo 19 aprile uscirà nelle sale italiane Molly’s Game, il primo film da regista di Aaron Sorkin, con Jessica Chastain e Idris Elba.

Tratto dal libro omonimo, Molly’s Game racconta la storia di Molly Bloom, promessa dello sci statunitense che, in seguito a un grave infortunio, si trasferisce a Los Angeles e dopo alterne vicende si trova, quasi per caso, a gestire il giro di poker clandestino più esclusivo del mondo. Attori, personaggi noti più o meno raccomandabili e ricchi tycoons passano per la sua bisca, fino a quando l’FBI non raccoglie testimonianze contro di lei e l’arresta per sospetti rapporti con la mafia russa.

Aaron Sorkin è da moltissimi considerato il miglior sceneggiatore di Hollywood. Vincitore di un premio Oscar per The Social Network di David Fincher, i suoi dialoghi sono sempre eleganti, musicali, ricchi ed estremamente arguti e dinamici. A volte violenti come gli elementi prima di un temporale, a volte dolci come il fraseggio degli uccelli. Molly’s Game non si sottrae a questa caratteristica. L’aspetto più rilevante del film è sicuramente la cura e la qualità dei dialoghi. E anche la velocità. Tutto il film è contrassegnato da attacchi verbali di ogni sorta: tutti, persino i bambini, hanno dei monologhi di almeno 500 parole pieni di quadrisillabi da sputare sull’avversario. Jessica Chastain è l’attrice perfetta per le battaglie verbali di Sorkin. La Chastain ha sempre recitato la parte di donne forti, capaci di gestire situazioni difficili con uomini potenti: porta egregiamente sulle spalle il peso di tutto il film ed è perfettamente a suo agio nel ruolo affidatole. La sua Molly è decisamente moderna, energica e passionale, una figura femminile autodeterminata. Definendosi con le sue stesse parole, Molly lascia emergere la realtà della sua persona acquisendo consapevolezza di se stessa e delle sue relazioni, incarnazione dell’essere donna, della femminilità intesa come forza creatrice, rigeneratrice e capace di risorgere dalle proprie ceneri come una mitologica fenice.

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Nel film è davvero bravissima. Lei e i personaggi poco raccomandabili che le ruotano intorno.

Dopo Mark Zuckerberg e Steve Jobs, Sorkin racconta nuovamente di un anti eroe, eroina in questo caso. Quando si scrive e si racconta di un anti eroe non si deve giudicare il personaggio. Bisogna averne rispetto e persino affetto. Bisogna essere credibili per poterlo difendere.  E per fare ciò, Sorkin concentra sulla sua scrittura tutto l’interesse dello spettatore, mettendo però il film all’angolo a guardare il one-man show dei dialoghi. E il suo passaggio dietro la macchina da presa risente della mancanza di una mano che controlli la tendenza allo strabordare della verbosità di Sorkin. E per verbosità qui si intende anche il bisogno del regista di non fare scelte su cosa si debba raccontare, cosa valga la pena di raccontare. Ed egli decide di coprire tutta la vita della protagonista dall’infanzia alle ribellioni adolescenziali al processo, alle notti nella sua bisca, al risentimento verso il padre autoritario. Non lascia fuori niente, e cerca di dare ai dialoghi il compito di unire, legare tutte le fasi della vita della protagonista.

Sorkin incappa, inoltre, negli stessi errore di altri registi, compreso Martin Scorsese in The Wolf of Wall Street: tenta di fare un atto d’accusa della cultura del vile denaro ma la ricchezza lo affascina tanto che i personaggi contro cui vorrebbe puntare il dito risultano di gran lunga più interessanti dei buoni che occasionalmente attraversano la strada di Molly. E come in The Social Network e Steve Jobs, anche in Molly’s Game, si avventura in un’analisi freudiana delle motivazioni dietro la psicologia del suo personaggio: in questo caso lo psicanalista è addirittura il padre stesso di Molly che, in una grande scena, le dà, nelle sue stesse parole ‘ tre anni di terapia in tre minuti’.

La conclusione del film non è sorprendente, non si risolve tutto con un colpo di scena o con ipotesi sulla vita futura di Molly, perché non è lo scopo del film. Sorkin voleva raccontare la storia di una donna forte che rimane fedele a se stessa e si rialza nonostante cadute spettacolari e tonfi senza precedenti. E in questo è riuscito pienamente. Complessivamente Aaron Sorkin è promosso in questa sua prima prova da regista. Non ci sono scelte registiche particolarmente originali o personali, non c’è un approccio alla macchina riconoscibile ma tutto sommato porta a casa il risultato. Si vede che questa storia lo ha appassionato e sebbene probabilmente duri almeno quindici minuti più del necessario, ciò non inficia il valore complessivo del film. Lo aspettiamo a una seconda prova dietro la macchina da presa in cui si possa riconoscere più regista e meno lo sceneggiatore.

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