Diane Kruger, nuova lady vendetta in Oltre la notte

di Laura Pozzi

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Tra il 2000 e il 2007 la formazione neonazista dell’NSU (Nationalsozialisticher Utergrund), ha compiuto in Germania numerosi delitti contro persone di diversa nazionalità. Sulla lunga e sanguinosa vicenda è stata messa la parola fine soltanto nel 2011 con la definitiva incriminazione dei colpevoli.

Ispirandosi ad una realtà drammaticamente attuale e poco nota, come il terrorismo bianco di chiara ispirazione ideologica Fatih Akin (Orso d’oro a Berlino nel 2004 per La sposa turca) realizza Oltre la notte, pellicola presentata all’ultimo festival di Cannes che ha visto trionfare come miglior attrice protagonista Diane Kruger. Il film uscirà nelle sale il 15 marzo e siamo certi non tarderà ad innescare accesi dibattiti e suscitare reazioni contrastanti. Il tema della vendetta privata, laddove la giustizia non riesce a garantire un’adeguata applicazione della pena è stato ampiamente trattato nel cinema contemporaneo, basta pensare alle potenti opere politiche processuali di Costa-Gavras fino ad arrivare al nostro Mario Monicelli che nel 1977 con Un borghese piccolo piccolo realizza uno dei film più crudi e spietati dell’intera cinematografia italiana.

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Akin sposta l’azione ad Amburgo dove l’esistenza di Katja viene stravolta da un attentato dinamitardo che in pochi secondi polverizza le vite del marito di origine turco-curda Nuri e di Rocco l’adorato figlioletto di cinque anni. Sopravvivere ad un così inesorabile destino non è cosa da poco, ma ciò che la spinge a non mollare nonostante un clima ostile e diffidente aleggi sulla condotta morale di Nuri (precedentemente arrestato per droga) è la certezza di inchiodare i responsabili con l’aiuto di Danilo Fava, suo difensore e amico di famiglia. Il regista per valorizzare al meglio le diverse sfaccettature di una storia sbagliata suddivide il racconto in tre capitoli. Nel primo riviviamo il dramma nella sua interezza, dai momenti spensierati che precedono la tragedia fino al tentato suicidio di Katja precipitata di colpo nel più oscuro degli abissi in preda alla totale disperazione; nel secondo dedicato alla lunga e difficile fase processuale assistiamo allibiti ad una sentenza farsa basata più su abili giochi di parole che su fatti evidenti, mentre nel terzo e conclusivo atto possiamo solo attendere una resa dei conti finale, che troverà nella vendetta o meglio in una lady vendetta l’inevitabile conclusione.

Il film deve gran parte del suo interesse alla sorprendente e titanica interpretazione della Kruger, capace di aderire al dramma con straordinaria naturalezza. E’ nei suoi sguardi persi, nelle solitarie contemplazioni, nella pioggia che cade incessantemente sul suo volto sempre più attonito e sofferto che la decisione finale prende forma definitiva. Akin si affida ad una regia dalla precisione geometrica dove ogni immagine sembra bastare a se stessa. L’algida messinscena presente nei primi due segmenti narrativi se da una parte contribuisce a rendere il dramma spigoloso e a tratti impenetrabile, dall’altro diffonde inconsapevolmente un’aria da classico film dossier di stampo tedesco. E questo rappresenta un po’ il suo limite, evidenziato da un pessimo doppiaggio italiano in gran parte responsabile di rendere il tutto inspiegabilmente piatto e poco coinvolgente.

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