Pertini, il presidente degli italiani

di Nicolò Palmieri

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Pertini il combattente è il ritratto di una figura unica nel suo genere, che ha rispecchiato e allo stesso tempo plasmato il concetto di italianità, arrivando ad essere una delle personalità più influenti del Novecento italiano, sicuramente la più completa.

Scritto e diretto da Graziano Diana e Giancarlo De Cataldo, e tratto dal libro Il combattente. Come si diventa Pertini dello stesso De Cataldo, il film è un vivace contenitore di video interviste, materiali di repertorio e testimonianze che ripercorrono l’incredibile vita fuori dagli schemi del settimo Presidente della Repubblica Italiana.

De Cataldo comincia il suo viaggio esplorando il Sandro Pertini più popolare, analizzando per prime le celeberrime immagini e interviste che ogni italiano si porta ancora dentro: i festeggiamenti per la vittoria ai Mondiali di calcio del 1982, i rimproveri a Bearzot durante una partita a scopone scientifico contro Zoff e Causio sull’aereo presidenziale, gli incontri nel suo studio con i giovani “capelloni” del ’68, le affettuose chiacchierate che si concedeva contornato da bambini. In quel momento si trattava davvero del “nonno di tutti gli italiani”.

Tornando indietro nella narrazione, però, emerge una figura estremamente più complessa del politico e, prima ancora, dell’uomo. Si ricordano gli anni tormentati della giovinezza: la fatidica iscrizione al Partito Socialista nel 1924, dopo l’omicidio Matteotti, l’attività antifascista, la fuga e l’esilio in Francia insieme a Filippo Turati, il rientro in patria e la successiva cattura, sfociata nella condanna a dieci anni di reclusione.

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E’ difficile non avvertire la pelle d’oca alla vista della famosa cella numero 36 nel carcere di Santo Stefano, mentre la voce vibrante di Pertini pronuncia il suo motto più famoso: “Non vi può essere vera libertà senza giustizia sociale, come non vi può essere vera giustizia sociale senza libertà”.

Il resto del contorno è ben definito grazie alle numerose testimonianze, da Giorgio Napolitano a Emma Bonino, da Paolo Mieli a Eugenio Scalfari: emerge un eroe orgoglioso e limpido, che rifiutava deciso l’umiliazione e ogni genere di scappatoia (compresa una richiesta di grazia da parte della madre verso il regime fascista), ed emerge soprattutto un custode della memoria della Resistenza, un depositario della Giustizia.

Dopo la guerra, l’attività politica nel paese liberato. Si ricostruisce l’intera carriera un giovane partigiano, amico del popolo e della gente, che scala le gerarchie delle istituzioni, sempre con l’inconfondibile pipa in bocca e il sorriso stampato sul viso. I comizi antifascisti, il “caso Basile”, la presidenza della Camera, l’intransigenza verso la mafia e i terroristi.

Infine, la presidenza della Repubblica, “una presidenza dove ne succedono di tutte: terremoto del Belice, mafia, attacchi terroristici e anche P2”.

Fin dal famoso discorso di insediamento, nel luglio del ’78, atto a “svuotare gli arsenali di guerra e a colmare i granai”, si percepisce il valore e l’ideale di un presidente nuovo, diverso da tutti gli altri, che decideva di stare sempre dalla parte del popolo e quasi mai dalla parte delle istituzioni, che adottava un tono informale e che preferiva la presenza di operai e giovani a quella dei colleghi.

Non mancano, nel documentario, alcune insinuazioni velate. Marcello Sorgi non esita a definirlo un presidente “populista”, in riferimento ai toccanti e tardivi appelli pubblici in cui Pertini chiedeva, dieci anni dopo, spiegazioni sulle mancate ricostruzioni delle abitazioni dei terremotati. Ancora, Paolo Mieli ne parla come di un “terrorista dalla parte del giusto”, per via del suo passato tentativo di tirranicidio, quando infilò un ordigno all’interno del Teatro Adriano, riempito di gerarchi fascisti e nazisti, nel 1943.

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Ma sono riferimenti solitari, incapaci di oscurare gli incredibili aneddoti della sua vita: Gad Lerner lo ricorda al funerale di Walter Rossi, in mezzo alla gente senza scorta e senza pipa; Emma Bonino rievoca i giorni estenuanti delle discussioni sulla Legge sull’aborto, quando in aula erano presenti, da giorni e notti, solo quattro radicali, e Pertini entrò per portar loro del cioccolato; Gherardo Colombo rievoca quel momento in cui lo condusse insieme ad altri magistrati nelle lavanderie del Quirinale, lontano dalle microspie, per discutere della P2.

Le varie scene del film sono inframezzate da contenuti originali, dallo stile pop: vignette raffiguranti Pertini con i suoi slogan più famosi, sequenze animate che ritraggono i momenti più audaci della sua vita (e che richiamano un certo stile tarantiniano), e le tante canzoni rock e pop di artisti come Venditti, Gualazzi, gli Skiantos, Cotugno che hanno raccontato una nazione attraverso gli occhi del suo leader più carismatico.

In questo movimentato calderone di elementi e testimoni, di riflessioni e ricordi, si staglia potente, come nell’ultima scena raffigurante un suo murales, la figura di un uomo incorruttibile, degno di rispetto, la cui “giovinezza si è esaurita nelle rinunce”, ma la cui vita ha definito una condotta esemplare per ogni italiano che si ritrovi ad amare il bel paese.

Infatti, quando alla fine De Cataldo si ritrova a interrogare con un’ultima domanda tutti i suoi ospiti, chiedendo se esiste qualcuno nel panorama contemporaneo che ricordi Pertini, cala il silenzio. Gli ospiti più giovani, che l’autore si porta dietro per tutto il film, sono comprensibilmente in difficoltà, perché riconoscono il momento attuale di odio verso la classe politica, che una figura come Pertini potrebbe interrompere.

I testimoni più importanti, indipendentemente dalle ideologie politiche (si evince su tutti la sincerità di Emma Bonino), si limitano a un sorriso malinconico. Nessuno dice sì, nessuno in realtà sa cosa dire. Alla fine, la risposta tentennante, che si cerca goffamente di evitare, ma che nessuno riesce a fuggire, è sempre la stessa: no.

Il finale del film è, in questo senso, simbolico: un’ultima vignetta, raffigurante Pertini che vigila sul territorio dello stivale con un coniglio affianco, in un’ipotetica pensione idilliaca, scandendo le parole finali “Mah, speriamo bene!”

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